Egitto e Giordania alla ricerca di pace tra israeliani e palestinesi

Pubblicato il 1 giugno 2021 alle 11:03 in Egitto Giordania

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Anche la Giordania si è unita agli sforzi profusi dall’Egitto per consolidare la tregua a Gaza e favorire una pace a lungo termine tra israeliani e palestinesi. Da parte sua, il capo dei servizi di intelligence egiziano, Abbas Kamel, ha ottenuto la disponibilità del gruppo palestinese Hamas a favorire il processo di riconciliazione.

Secondo fonti del quotidiano al-Arabiya, Hamas si è impegnato a porre fine al lancio di razzi che potrebbero compromettere la tregua raggiunta da Israele e dal gruppo palestinese il 21 maggio, mentre si è detto disposto ad incontrare la rivale Fatah, un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, facente parte dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Circa lo scambio dei prigionieri con Israele, Hamas ha ribadito che tale questione deve essere separata dagli altri dossier, ma ha confermato la propria disponibilità ad avviare trattative urgenti in tal senso. Kamel, da parte sua, al termine della visita nella Striscia di Gaza, del 31 maggio, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, diverse fonti hanno riferito che i colloqui si sono concentrati sul consolidamento della tregua a Gaza, sulla ricostruzione dell’enclave e sulla necessità di favorire un riavvicinamento tra i diversi gruppi palestinesi, sotto l’egida dell’OLP. Un punto, quest’ultimo, sostenuto anche dal presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi. Non da ultimo, nel corso della visita del funzionario egiziano, è stata posta la prima pietra per la costruzione di una città residenziale nel centro della Striscia, nel quadro dei finanziamenti, da 500 milioni di dollari, stanziati da al-Sisi.

Secondo alcuni, gli sforzi profusi dall’Egitto mirano a risolvere alcune delle questioni lasciate in sospeso tra Israele e palestinesi, a favorire calma e stabilità nella regione e a controllare i percorsi politici e militari, al fine ultimo di prevenire nuove situazioni di caos. Più in generale, diversi analisti ritengono che Il Cairo desideri conquistare un ruolo all’interno della causa palestinese e creare un ambiente idoneo alla ripresa di un processo politico, che si basi sulle leggi e disposizioni internazionali considerate legittime. In tal modo, il Paese Nord-africano potrebbe vedere rafforzato il proprio ruolo a livello regionale, così che l’amministrazione statunitense affidi all’Egitto la risoluzione di questioni simili e la missione di prevenire conflitti nella regione. Tuttavia, sono diverse le sfide che la parte egiziana deve affrontare. Tra queste, la riluttanza di Hamas a partecipare in un governo di unità nazionale e la sua determinazione a guidare il popolo palestinese, presentandosi come un’alternativa all’OLP.

Anche la Giordania, a seguito dell’escalation tra Israele e palestinesi, durata dal 10 al 21 maggio, ha ribadito la propria posizione a fianco del popolo palestinese. A tal proposito, il premier giordano, Bisher al-Khasawneh, il 31 maggio, nel corso di un incontro con il suo omologo palestinese, Mohammad Ibrahim Shtayyeh, ha affermato che Amman si sta impegnando, profondendo anche sforzi diplomatici, a sostegno della causa e dei diritti del popolo palestinese. Al momento, il Regno hashemita, è stato precisato, mira a consolidare il cessate il fuoco, preservare lo status quo di Gerusalemme e frenare le misure unilaterali di Israele all’interno dei territori palestinesi, tra cui la costruzione di insediamenti e la confisca di terre. Non da ultimo, è stato fatto accenno alle operazioni di sfratto presso il quartiere di Sheikh Jarrah, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Per la Giordania, è necessario trovare una soluzione giusta e duratura, che porti all’istituzione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano, secondo i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme Est. Anche Shtayyeh, nel corso di un tour che include diversi Paesi del Golfo, ha sottolineato l’importanza di avviare un dialogo nazionale globale che includa tutte le componenti del popolo palestinese, in un modo da unificare i diversi gruppi e rafforzare la loro posizione e capacità di ripristinare i propri diritti.

I colloqui di Amman e Il Cairo sono giunti a seguito della violenta escalation a Gaza. Questa ha avuto inizio quando, il 10 maggio, dopo giorni di tensioni, Hamas ha avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa, entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, il gruppo ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore a Gaza un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto, che sembra essere tuttora rispettato.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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