Bangladesh: le proteste dei rohingya

Pubblicato il 1 giugno 2021 alle 20:29 in Bangladesh Immigrazione Myanmar

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Migliaia di rifugiati di etnia rohingya hanno organizzato proteste il 31 maggio contro i progetti che prevedono il loro ricollocamento nell’isola di Bhasan Char, situata nel Golfo del Bengala, durante la visita in loco di funzionari dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

In base a quanto riferito da fonti locali, sarebbero state almeno 4.000 le persone ad aver partecipato alle proteste a Bhasan Char. Il capo della polizia locale, Alamgir Hossain, ha riferito che i disordini sono iniziati con l’arrivo dei delegati dell’UNHCR sull’isola. I manifestanti avrebbero rotto i vetri di alcuni magazzini lanciando sassi e avrebbero avanzando la richiesta di non vivere sull’isola. Alcuni attivisti hanno affermato che gli agenti hanno respinto i manifestanti con manganelli causando loro ferite ma le autorità hanno negato il verificarsi di simili circostanze. L’UNHCR ha rilasciato una dichiarazione sulle proteste dicendosi preoccupata per i rifugiati feriti e dispiaciuta dal fatto che, secondo alcuni report, tra i feriti vi sarebbero stati anche donne e bambini.

Bhasan Char è un’isola disabitata e soggetta ad intemperie climatiche frequenti, come cicloni e inondazioni, emersa dalle acque circa 20 anni fa e situata a 34 km di distanza dalla terra ferma. 

I rohingya, invece, sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine del Myanmar, al confine con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è stata invece ritenuta dal governo una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo violenze di massa contro i rohingya condotte dall’Esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, è esplosa la violenza dei militari contro la minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni.

Ad oggi, sarebbero circa un milione i rohingya in Bangladesh. Alla luce di tale quadro, il loro trasferimento nell’isola di Bhasan Char è stato un’iniziativa del governo bengalese volta a ridurre la pressione all’interno dei propri campi di rifugiati e per trovare una soluzione a lungo termine alla crisi determinata dall’esodo di tale etnia. Il processo di ricollocamento è iniziato il 4 dicembre 2020 e, ad oggi, sarebbero state circa 18.500 le persone portate a Bhasan Char. In totale, il Bangladesh ha stimato di ricollocare sull’isola 100.000 rifugiati per un costo di 300 milioni di dollari.

Le prospettive di rimpatriare i rifugiati in Myanmar, poi, erano già scarse prima che l’Esercito birmano prendesse il potere il primo febbraio scorso e, dall’istituzione di una giunta militare  a capo delle istituzioni del Myanmar sarebbero ulteriormente diminuite.

Per rendere l’isola di Bhasan Char vivibile, negli ultimi anni, la Marina bengalese vi avrebbe costruito argini a protezione delle inondazioni, case, ospedali e moschee. Tuttavia, i piani di ricollocamento delle autorità bengalesi erano stati da subito criticati sia dalle Nazioni Unite, sia dai gruppi per i diritti umani, già quando erano stati proposti per la prima volta nel 2015. Le argomentazioni contrarie a tale schema sostengono che l’isola non sia mai stata abitata, sia remota e soggetta a inondazioni e cicloni. Il direttore regionale dell’associazione no-profit Fortify Rights, Ismail Wolff, aveva definito Bhasan Char “un centro di detenzione insulare”.

In tale contesto, l’UNHCR aveva condotto una prima visita in loco ad aprile, chiedendo al Bangladesh di rallentare il processo di ricollocamento fin quando saranno totalmente implementate le misure per proteggere i residenti dell’isola dalle intemperie.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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