Yemen: Griffiths incontra il leader dei ribelli a Sana’a

Pubblicato il 31 maggio 2021 alle 9:42 in Medio Oriente Yemen

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Mentre il Dipartimento di Stato degli USA ha chiesto alle milizie ribelli Houthi di porre fine alle violazioni perpetrate a danno della popolazione yemenita, il gruppo sciita ha riferito di non voler collegare il dossier umanitario a qualsiasi altra questione politica e militare.

Secondo quanto riferito da al-Jazeera, gli Houthi hanno espresso la propria posizione il 30 maggio, nel corso di un incontro tra il leader sciita, Abdulmalik al-Houthi, e l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, svoltosi a Sana’a. Per i ribelli, collegare questioni umanitarie ad altre di natura politica e militare significa privare la popolazione dei suoi diritti umani “più elementari”, il che non può essere accettato. Abdulmalik al-Houthi ha poi criticato la gestione delle questioni umanitarie da parte delle Nazioni Unite in Yemen, sottolineando la necessità per l’organizzazione internazionale di assumere una posizione chiara, a sostegno del popolo yemenita. Inoltre, il leader dei ribelli ha chiesto di consentire il libero ingresso di derivati di petrolio, risorse alimentari e forniture mediche, senza che questi vengano commercializzati, in quanto solo così potranno essere soddisfatti i requisiti per risolvere le problematiche a livello umanitario.

La visita di Griffiths a Sana’a, la prima in circa un anno, si colloca nel quadro della crescente mobilitazione delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti per porre fine alle tensioni in Yemen e consentire la ripresa del processo politico. Gli incontri dell’ultima settimana hanno visto l’inviato dell’Onu recarsi anche a Riad e Muscat, per discutere con funzionari yemeniti, altresì membri del governo riconosciuto a livello internazionale, del piano elaborato dalle Nazioni Unite per giungere a un cessate il fuoco in tutti i territori yemeniti. Questo prevede, tra le altre clausole, l’allentamento delle restrizioni imposte sul movimento di beni e persone a Sana’a e nel porto occidentale di Hodeidah, e l’impegno dei firmatari a riprendere il processo politico.

Da parte sua, il governo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, ha continuato a mettere in luce la “intransigenza” mostrata dai ribelli, i quali, oltre a rifiutarsi di incontrare Griffiths nel corso della sua precedente visita, hanno continuato la propria offensiva contro il governatorato di Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord dello Yemen, e gli attacchi contro i territori sauditi. Non da ultimo, il ministro dell’Informazione yemenita, Muammar al-Eryani, ha accusato gli Houthi di continuare ad “attirare” rifugiati e immigrati africani e a reclutarli con la forza. A detta del ministro, si tratta di un crimine di guerra, oltre che contro l’umanità, e, pertanto, ha invitato le organizzazioni internazionali e per i diritti umani a intervenire per porre fine a tali azioni ostili. Anche dagli USA sono giunte voci di condanna. In particolare, il Dipartimento di Stato ha messo in luce come i ribelli stiano continuando la propria offensiva a Ma’rib senza tener conto delle conseguenze umanitarie, ignorando l’opportunità di pace offerta loro che, invece, dovrebbe essere colta.

Circa gli ultimi sviluppi sul campo, il 30 maggio, l’esercito yemenita ha riferito di aver provocato la morte di 19 combattenti Houthi, nel corso di scontri, durati circa nove ore, nel governatorato di al-Jawf, a Nord-Est di Sana’a. Al contempo, fonti mediatiche del gruppo sciita hanno affermato che gli aerei della coalizione a guida saudita hanno lanciato circa 26 attacchi in 24 ore contro le proprie postazioni nelle regioni di Ma’rib e al-Jawf. In tale quadro, poi, nella medesima giornata del 30 maggio, la coalizione a guida saudita ha dichiarato di aver distrutto un drone carico di esplosivi lanciato, dai ribelli sciiti, verso la città meridionale saudita di Khamis Mushait. Anche il giorno successivo, il 31 maggio, il portavoce militare degli Houthi, Yahya Sarea, ha riferito che un drone, di tipo Qasef 2K, ha preso di mira la base aerea di Re Khalid a Khamis Mushait. Per i ribelli, i loro attacchi costituiscono una risposta alla perdurante aggressione e assedio delle forze governative, e della coalizione internazionale che le sostiene, contro la popolazione yemenita.

La visita di Griffiths nel Golfo è giunta dopo la notizia, diffusa dal 12 maggio, con cui è stato annunciato che l’inviato lascerà il proprio incarico in Yemen per sostituire Mark Lowcock, attualmente a capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (OCHA). Era stato proprio Griffiths a proporre, già da novembre 2020, un possibile accordo di pace, diffuso con il nome di “dichiarazione congiunta”, nella quale le parti belligeranti, gli Houthi e il governo legittimo yemenita, sono state invitate a porre fine ai combattimenti all’interno dello Yemen e alle offensive verso il Regno saudita, oltre a implementare misure umanitarie ed economiche urgenti per alleviare le sofferenze del popolo yemenita e affrontare i pericoli legati alla pandemia. Nel corso dei recenti meeting, Griffiths ha altresì provato a convincere il governo yemenita e l’Arabia Saudita a riaprire l’aeroporto internazionale di Sana’a e ad alleggerire le restrizioni sul porto occidentale di Hodeidah, così da trovare un compromesso con il gruppo sciita. Ad oggi, però, non è stato ancora raggiunto il risultato sperato e la crisi yemenita, scoppiata a seguito del colpo di Stato degli Houthi del 21 settembre 2014, non può dirsi ancora conclusa. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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