La pace in Yemen: conseguenza di una soluzione militare o di pressioni internazionali

Pubblicato il 30 maggio 2021 alle 7:03 in Medio Oriente Yemen

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A seguito dell’incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ospitato dal Sultanato dell’Oman, le milizie Houthi si sono dette disposte a discutere delle misure umanitarie prima di una possibile risoluzione politica del conflitto in Yemen. Nonostante ciò, alcuni politici yemeniti credono che gli sforzi e le iniziative a livello internazionale non siano sufficienti a convincere il gruppo sciita ad accettare soluzioni pacifiche.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya il 28 maggio, nel corso della sua visita nel Golfo, Griffiths ha incontrato delegati Houthi nella capitale omanita, Muscat, con l’obiettivo di rilanciare un piano per il cessate il fuoco in Yemen e convincere le parti belligeranti ad impegnarsi in un processo politico, in grado di porre fine alla crisi yemenita. A seguito dell’incontro, il quotidiano Asharq al-Awsat ha riferito che il gruppo sciita sembra aver cambiato il proprio atteggiamento, finora caratterizzato da intransigenza, come dimostrato anche dal rifiuto di incontrare l’inviato onusiano nella sua precedente visita in Oman. Ora, gli Houthi si sono detti disposti a discutere delle misure umanitarie, così da spianare la strada verso un cessate il fuoco permanente e una soluzione politica inclusiva. In particolare, sebbene nelle ultime settimane le milizie ribelli siano state più volte accusate, anche da fonti occidentali, di ostacolare gli sforzi per un accordo di pace, un portavoce degli Houthi, Mohammed Abdul Salam, ha confermato di aver discusso con Griffiths della necessità di accelerare l’attuazione di un accordo a livello umanitario.

Al momento, però, il conflitto yemenita, scoppiato a seguito del colpo di Stato del 21 settembre 2014, continua, e la situazione a Ma’rib, l’ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord dello Yemen, è tuttora tesa. Alla luce di ciò, ci si interroga sull’effettiva possibilità di convincere gli Houthi ad abbandonare le armi attraverso pressioni internazionali. Come riportato da Asharq al-Awsat, alcuni esponenti politici yemeniti, affiliati al presidente Rabbo Mansour Hadi, credono che gli sforzi profusi a livello internazionale non costringeranno gli Houthi ad arrendersi, il che rende necessario unire le forze sul campo. Continuare a combattere, è stato riferito, sembra essere il modo migliore per ostacolare i piani dell’Iran e dei ribelli, considerati uno strumento nelle mani di Teheran.

Nello specifico, il sottosegretario al Ministero dell’Informazione del governo yemenita, Abdul Basit al-Qaedi, ha definito le proposte di pace una “protesi” a cui gli Houthi si oppongono a causa della loro ideologia e “struttura intellettuale e culturale”, oltre che della propria eredità politica. I ribelli, è stato specificato, mirano a distinguersi dal resto dell’umanità, il che implica che non accetteranno mai di sottomettersi alla pace, anche in caso di sconfitta, in quanto cercheranno sempre di riemergere in una veste ancora più violenta. Pertanto, anche in caso di successo, le iniziative di pace proposte sinora non saranno in grado di porre fine alla guerra civile in Yemen in modo definitivo, ma, al contrario, potrebbero dar vita a conflitti ancora più violenti, secondo al-Qaedi. Alla luce di ciò, agli yemeniti non resta altro che scendere in campo per ripristinare il proprio Stato.

Parallelamente, un rappresentante della provincia yemenita di Ibb, Muhammad al-Daam, ha evidenziato l’intransigenza degli Houthi verso gli sforzi internazionali, contrariamente al governo, che ha accolto con favore gran parte delle iniziative. I ribelli, ha affermato al-Daam, hanno rifiutato tutti gli accordi e hanno preso gradualmente il controllo di diversi governatorati, nella speranza di stabilirsi in tutto il Paese. Non da ultimo, gli stessi Houthi hanno trasformato la crisi yemenita in un “dossier iraniano”. Motivo per cui, anche per al-Daam, cercare di convincere il gruppo sciita a sedersi al tavolo dei negoziati è una sorta di “follia”. Ciò che il governo dovrebbe fare è intensificare gli sforzi militari, facendo affidamento sulla forza del popolo yemenita e sul sostegno offerto dalla coalizione internazionale a guida saudita.

Anche per un giornalista yemenita, Mustafa Ghalis, gli Houthi non credono nel linguaggio della pace, ma solo in quello della forza, e non mostrano attenzione per i diritti umani o per le conseguenze del perdurante conflitto. Ghalis ha poi evidenziato che, in passato, i ribelli si sono seduti al tavolo dei negoziati, da quelli in Kuwait a Stoccolma, solo quando si sentivano minacciati dall’avanzata delle forze filogovernative. Ora, a detta del giornalista, il gruppo sciita crede ancora di poter prendere il sopravvento, conquistando altresì Ma’rib, e, di conseguenza, rifiuta qualsiasi negoziato. Anche per Ghalis, quindi, gli yemeniti non hanno altra scelta che sostenere l’esercito nazionale e continuare a combattere “fino alla liberazione del tutto il territorio della Repubblica dello Yemen”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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