La Gran Bretagna nega di aver violato le acque territoriali russe

Pubblicato il 28 maggio 2021 alle 10:20 in Russia UK

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Il Ministero della Difesa della Gran Bretagna ha negato, venerdì 28 maggio, di aver violato le acque territoriali della Federazione Russa, il 13 ottobre 2020. Tale episodio è stato discusso pubblicamente, per la prima volta, il giorno precedente, il 27 maggio, da parte del capo del Servizio di frontiera russo, Vladimir Kulishov.

Secondo quanto dichiarato dal Dipartimento di Londra, il cacciatorpediniere D35 Dragon non ha commesso nessuna violazione, nell’ottobre 2020, perché stava navigando da Odessa, città ucraina, a Batumi, in Georgia. Inoltre, i funzionari britannici hanno ricordato che, non riconoscendo la sovranità della Federazione Russa sulla penisola crimeana poiché la considerano territorio ucraino temporaneamente “occupato” da Mosca. Pertanto, anche nel caso in cui si fossero trovati nell’area marittima della Crimea non è avvenuta nessuna violazione del confine russo. Il Ministero della Difesa britannico ha proseguito, spiegando che il transito è avvenuto “in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”.

Il giorno precedente, il 27 maggio, Kulishov ha diffuso per la prima volta informazioni riguardanti un’operazione militare congiunta realizzata, il 13 ottobre 2020, dal Servizio di frontiera, dalla Marina e dalle forze aerospaziali della Russia. La manovra militare non era stata mai annunciata in precedenza, sebbene sia avvenuta nel 2020. In tale data, a detta della Russia,  la triade militare di Mosca avrebbe espulso il cacciatorpediniere britannico D35 Dragon a seguito del suo ingresso nelle acque territoriali russe nel Mar Nero, nell’area di Capo Cherson, in Crimea. Inoltre, nel corso dell’intervista rilasciata all’agenzia di stampa russa RIA, Kulishov ha sottolineato che le autorità di frontiera del Paese stanno attualmente monitorando da vicino le “attività ostili” dei partner Occidentali, soprattutto quando questi si avvicinano eccessivamente alle acque territoriali del Cremlino.

A detta del capo del Servizio di frontiera, l’incremento della presenza della NATO vicino al confine con la Russia è legato al tentativo dell’Occidente di “contenere la politica aggressiva della Russia” in Crimea. Quest’ultima, secondo la Russia, appartiene formalmente alla Federazione a seguito del referendum del 16 marzo 2014, che avrebbe confermato l’annessione. Dall’altra parte, l’Unione Europea, l’Ucraina e gli Stati Uniti ritengono che il territorio sia “temporaneamente occupato” dalle forze militari di Mosca e che appartenga de jure a Kiev.

Non è la prima volta che le autorità russe pongono l’accento sull’aumento delle attività militari della NATO nei pressi della Russia. In precedenza, il 25 marzo, il capo della Commissione per la Difesa e la Sicurezza del Consiglio della Federazione (CF), il colonnello Viktor Bondarev, aveva dichiarato che, nel 2021, il numero di voli di ricognizione della NATO vicino al confine di Stato russo era incrementato di oltre il 30%.

Da parte loro, gli Stati Uniti ritengono che tali esercitazioni mirino a dimostrare alle Forze Armate russe la “capacità di poter eseguire continuamente missioni di volo e di agire prontamente a sostegno di alleati e partner”. In particolare, gli USA e la NATO hanno più volte espresso preoccupazione per la crescente capacità militare della Russia, e temono il potenziamento dei contingenti di Mosca e la sua “propensione ad invadere la sovranità di altri Paesi”, in riferimento all’annessione della Crimea nel 2014. Per tale motivo, il maggior coinvolgimento della NATO viene legittimato alla luce delle azioni della Russia.

Al contrario, per Mosca, il dispiegamento di contingenti NATO vicino i propri confini viene interpretato come una minaccia per la sicurezza della nazione. Secondo il Ministero della Difesa russo, aerei e navi statunitensi si avvicinano regolarmente ai propri confini, talvolta simulando attacchi missilistici.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

 

 

di Redazione