Yemen: l’inviato dell’Onu alla ricerca di una tregua

Pubblicato il 27 maggio 2021 alle 8:34 in Arabia Saudita Yemen

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha concluso, il 26 maggio, una visita di tre giorni in Arabia Saudita, durante la quale ha tenuto incontri con funzionari yemeniti e sauditi, con l’obiettivo di promuovere un cessate il fuoco in Yemen.

In particolare, Griffiths ha tenuto colloqui, tra gli altri, con il viceministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, il vicepresidente dello Yemen, Ali Mohsen Saleh, il primo ministro yemenita, Maeen Abdulmalik, e l’inviato speciale degli USA, Timothy Lenderking. Particolare attenzione è stata rivolta alla situazione nella regione settentrionale yemenita di Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative e teatro di una violenta offensiva, lanciata dalle milizie Houthi nella prima settimana di febbraio scorso. Griffiths, in particolare, ha evidenziato la necessità di porre fine ai combattimenti, al fine di raggiungere risultati positivi attraverso sforzi di pace diplomatici.

Inoltre, le parti impegnate nei colloqui hanno discusso del piano elaborato dalle Nazioni Unite per giungere a un cessate il fuoco in tutti i territori yemeniti. Questo prevede, tra le altre clausole, l’allentamento delle restrizioni imposte sul movimento di beni e persone, e l’impegno dei firmatari a riprendere il processo politico. Non da ultimo, Griffiths ha fatto riferimento anche all’accordo di Riad del 5 novembre 2019, raggiunto dal governo yemenita e dai gruppi secessionisti rappresentati dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), che ha favorito la formazione di un nuovo governo unitario, annunciato il 18 dicembre 2020. A tal proposito, Griffiths si è detto speranzoso circa la continua attuazione della suddetta intesa e ha sottolineato l’importanza di evitare ulteriori divisioni in Yemen. “Le parti hanno una responsabilità nei confronti del popolo yemenita” sono state le parole di Griffiths, secondo cui gli attori coinvolti nel dossier yemenita dovrebbero trovare modi “pacifici” per porre fine alle divergenze tra loro. Per l’inviato, cambiare il corso degli eventi è possibile, ma ciò sarà difficile “se la guerra continuerà, se il Paese sarà ancora più diviso, e se la situazione umanitaria continuerà a peggiorare”.

Il 25 maggio, il premier yemenita, Abdulmalik, e l’inviato statunitense Lenderking hanno anch’essi discusso degli sforzi profusi e da poter profondere a livello sia nazionale sia internazionale per porre fine alla crisi in Yemen e, soprattutto, per esercitare pressioni sui ribelli Houthi, convincendoli a fermare le loro offensive contro civili e sfollati, oltre che contro i territori sauditi. Il premier ha poi elogiato la posizione assunta da Washington nel dossier yemenita, dopo che questa si è mostrata a sostegno di soluzioni politiche, oltre che consapevole del ruolo del gruppo sciita nel continuare l’escalation militare, ostacolando gli sforzi di pace. Anche l’inviato degli USA ha messo in luce il ruolo del governo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, nel favorire soluzioni politiche, e la necessità di convincere gli Houthi ad adottare il medesimo approccio. Washington, da parte sua, ha ribadito il proprio sostegno all’esecutivo yemenita, con l’obiettivo di alleviare le sofferenze della popolazione e completare l’attuazione dell’accordo di Riad.

La visita di Griffiths nel Regno saudita è giunta dopo la notizia, diffusa dal 12 maggio, con cui è stato annunciato che l’inviato lascerà il proprio incarico in Yemen, per sostituire Mark Lowcock, attualmente a capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (OCHA). La fine del mandato di Griffiths fa seguito al fallimento degli ultimi negoziati e al rifiuto dei ribelli sciiti Houthi di incontrare l’inviato speciale. Era stato proprio quest’ultimo a proporre, già da novembre 2020, un possibile accordo di pace, diffuso con il nome di “dichiarazione congiunta”, nella quale le parti belligeranti, gli Houthi e il governo legittimo yemenita, sono state invitate a porre fine ai combattimenti all’interno dello Yemen e alle offensive verso il Regno saudita, oltre a implementare misure umanitarie ed economiche urgenti per alleviare le sofferenze del popolo yemenita e affrontare i pericoli legati alla pandemia. Nel corso dei recenti meeting, Griffiths ha altresì provato a convincere il governo yemenita e l’Arabia Saudita a riaprire l’aeroporto internazionale di Sana’a e ad alleggerire le restrizioni sul porto occidentale di Hodeidah, così da trovare un compromesso con il gruppo sciita. Ad oggi, però, non è stato ancora raggiunto il risultato sperato e la crisi yemenita, scoppiata a seguito del colpo di Stato degli Houthi del 21 settembre 2014, non può dirsi ancora conclusa. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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