Bolivia: ex ministri arrestati negli Stati Uniti per corruzione

Pubblicato il 27 maggio 2021 alle 17:31 in America Latina Bolivia

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Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riferito, mercoledì 26 maggio, che l’ex ministro del Governo boliviano, Arturo Murillo, e il suo ex capo di gabinetto, Sergio Méndez sono stati arrestati in Florida e Georgia, con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro. Secondo le autorità statunitensi, tre cittadini statunitensi avrebbero pagato 602 mila dollari in tangenti a beneficio di Murillo, Méndez e di un altro ex funzionario boliviano non ancora identificato, in cambio di un contratto da 5,6 milioni di dollari per la consegna di gas lacrimogeni e “altre attrezzature non letali” al Ministero della Difesa boliviano. Stando alle indagini, questi episodi sarebbero avvenuti tra novembre 2019 e aprile 2020. Gli imputati sono stati incolpati di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro illecito, attraverso il sistema finanziario statunitense, e potrebbero incorrere in pene fino a 20 anni di carcere.

Il Governo boliviano ha riferito che chiederà agli Stati Uniti l’estradizione di Murillo e Méndez in modo che possano essere processati nel Paese. “La nostra giurisdizione ci permette di portare avanti questo processo nel territorio boliviano. Ecco perché vogliamo che questi boliviani siano processati sul territorio nazionale, vogliamo che queste persone siano ritenute responsabili”, ha riferito l’attuale ministro del Governo, Eduardo Del Castillo.

D’altra parte, diversi rappresentanti politici boliviani hanno espresso il loro sostegno alla decisione adottata dagli Stati Uniti. Sul suo account Twitter, l’ex presidente del Paese latino-americano, Jorge Quiroga, ha indicato che “tutti coloro coinvolti in atti di corruzione devono scontare le pene che la giustizia applica loro negli Stati Uniti, perché hanno offuscato l’immagine nazionale”.

Murillo ha svolto un ruolo centrale durante la presidenza ad interim di Jeanine Áñez, entrata in carica alla fine del 2019. Il Governo socialista, che è attualmente al potere dall’ottobre del 2020, aveva incolpato Áñez e vari suoi ex ministri, tra cui Murillo, di aver rovesciato l’allora presidente del Paese, Evo Morales, in un presunto colpo di stato. Questa teoria sarebbe stata poi smentita dall’opposizione, avendo dichiarato che la causa della rivolta in Bolivia fosse stata generata in realtà dallo stesso Morales, che aveva intenzione di rimanere in carica per la quarta volta di seguito, nonostante la Costituzione del Paese permettesse solo due mandati consecutivi. Le autorità boliviane hanno poi deciso di arrestare Áñez, il 13 marzo di quest’anno, con l’accusa di terrorismo, sedizione e cospirazione.

L’ex presidente ad interim ha definito il suo arresto un “oltraggio assoluto” e aveva riferito che ciò era stato il risultato “dell’intimidazione politica” organizzata dal Movimento al Socialismo (MAS), che è il partito dell’attuale presidente del Paese, Luis Arce. Áñez aveva dunque inviato lettere all’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e alla delegazione dell’Unione europea (UE) in Bolivia per richiedere la presenza di una missione di osservatori indipendenti che potesse valutare oggettivamente il suo arresto e quello dei suoi ministri, da lei considerati vittime di una “violazione sistematica dei diritti umani attraverso un’aberrante persecuzione politica nel Paese”.

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Ludovica Tagliaferri

di Redazione

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