Onu: il Myanmar rischia la guerra civile

Pubblicato il 26 maggio 2021 alle 12:56 in Asia Myanmar

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L’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, ha affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ad agire.

Durante una conferenza online delle Nazioni Unite del 24 maggio, Burgener ha affermato che, in Myanmar, la popolazione si sta armando contro la giunta militare al potere dal primo febbraio scorso. L’inviata ha riferito che i manifestanti pro-democrazia stanno passando dal compiere azioni difensive ad operazioni offensive, avvalendosi di armi artigianali e di addestramento fornito loro dalle milizie etniche presenti nel Paese. Secondo Burgener, la popolazione sta iniziando ad auto-difendersi ed è frustrata nonché intimorita dagli attacchi condotti dai militari, che hanno finora represso il dissenso con mezzi violenti.

 Burgener ha affermato che la situazione sia particolarmente grave, visto che, al momento, sono morte oltre 800 persone, più di 5.000 sono state arrestate e sono stati emessi circa 1.800 mandati d’arresti. Dal primo febbraio, inoltre, sono arrivati a 61.000 gli sfollati interni al Myanmar, mentre, circa 12.000 persone si sono riversate nei Paesi confinati, di cui 7.000 in Thailandia e 5.000 in India.  Oltre a questo, la situazione è ulteriormente esacerbata dagli effetti della pandemia di coronavirus e oltre 12 milioni di persone rischiano di cadere in povertà. Entro l’inizio del 2022, è stato stimato che oltre la metà della popolazione birmana vivrà sotto la soglia della povertà e nei prossimi 3-6 mesi lo stallo economico determinato dalla crisi politica potrebbe far sì che 3,4 milioni di persone rischieranno l’insicurezza alimentare.

Di fronte alla possibilità che in Myanmar inizi una guerra civile, Burgener ha affermato che, nelle ultime tre settimane, dalla sua base in Thailandia, ha avuto colloqui con attori chiave coinvolti nella vicenda. L’inviata speciale ha avanzato proposte sulla possibilità di avviare un dialogo inclusivo tra le varie parti birmane, comprese le milizie etniche, i partiti politici, la società civile, i comitati di sciopero e l’Esercito, noto come il Tatmadaw, così come un piccolo gruppo di testimoni internazionali. Burgener ha riconosciuto la difficoltà di realizzare tali dialoghi ma ha anche affermato che sia necessario evitare ulteriori spargimenti di sangue e una lunga guerra civile e che debbano essere le parti coinvolte a decidere sulla risoluzione delle tensioni.

Burgener ha affermato di aver avuto un colloquio di un’ora con il leader della giunta militare al potere, il generale Min Aung Hlaing, lo scorso 24 aprile, a margine di un incontro dei Paesi dell’ASEAN sul Myanmar. In tale occasione l’ASEAN aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile. Burgener ha affermato che, di fronte alla non attuazione della proposta da parte dei militari, spetti all’ASEAN decidere come reagire, ricordando che i tempi stringono prima che la situazione possa degenerare. L’inviata ha anche sottolineato che, lo scorso 23 maggio, la giunta militare ha emendato le leggi del Paese così che Hlaing possa ricoprire la posizione di comandate in capo delle forze armate a vita.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo. 

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. Al 17 maggio, sarebbero state almeno 802 le persone morte negli scontri, secondo quanto riferito dall’associazione locale nota come Assistance Association for Political Prisoners che ha però sottolineato che il numero potrebbe essere anche più alto. Oltre a questo, 4.120 persone sono state invece arrestate. In secondo luogo, l’Esercito avrebbe ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GNU), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GNU e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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