Sudan: scontri tra tribù rivali, 5 morti

Pubblicato il 25 maggio 2021 alle 19:30 in Africa Sudan

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Almeno 5 persone sono state uccise e diverse altre sono rimaste ferite nei nuovi scontri tra tribù rivali avvenuti nella città costiera di Port Sudan, lunedì 24 maggio. Le tensioni tra i gruppi Beja e Beni Amer si sono intensificate nei giorni scorsi e sono sfociate ieri in veri e propri attacchi armati. 

Il Comitato per la sicurezza dello Stato del Mar Rosso ha affermato, in una dichiarazione, di essere in grado di contenere gli scontri e ha esortato tutti i cittadini a preservare la pace nella zona, promettendo di reprimere i ribelli. Quest’ultimo episodio di violenza si verifica dopo che, mesi fa, a ottobre 2020, alcuni membri della tribù Beja avevano bloccato i moli di Port Sudan per protestare contro l’accordo di pace, firmato il 3 di quel mese a Juba, tra i gruppi ribelli e il governo. Il patto era stato rigettato dai Beja perché temevano che la loro tribù potesse essere sottorappresentata negli organi legislativi ed esecutivi regionali, a vantaggio dei Beni Amr.

L’intesa raggiunta a Juba riguardava una serie di questioni spinose per il governo sudanese, quali la proprietà delle terre, i risarcimenti e i compensi ai ribelli, le problematiche in materia di condivisione del potere, il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni. Porre fine ai conflitti tra tribù è uno degli obiettivi cardine del governo transitorio del Sudan, con a capo il primo ministro Abdalla Hamdok. Quest’ultimo, al potere dalla caduta dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, deposto a seguito di proteste popolari e grazie all’intervento delle forze armate, l’11 aprile 2019, presiede un governo misto, composto da elementi civili e militari.

Il governo transitorio del Sudan è stato formato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del nuovo governo, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. 

L’UNHCR ha stimato, a inizio anno, che gli scontri tribali nella regione del Darfur avrebbero ucciso almeno 250 persone e sfollato più di 100.000 abitanti dall’inizio di gennaio.

Gli scontri a carattere tribale scuotono spesso la sicurezza interna del Paese, provocando talvolta numerose vittime. Anche Port Sudan assiste di frequente all’esplosione di proteste e scontri tra gruppi rivali o allo scoppio di rivendicazioni sindacali da parte dei lavoratori del porto. L’8 settembre 2019, le due tribù di Beni Amer e Nuba avevano firmato un accordo di riconciliazione dopo che, ad agosto, una serie di scontri avevano innescato lo stato d’emergenza e causato la morte di almeno 25 persone. Le violenze erano scoppiate poco dopo la firma di un accordo di bilanciamento e ripartizione del potere governativo tra l’esercito sudanese e i gruppi civili. I gruppi coinvolti, da una parte i membri della tribù Beni Amer, dall’altra i Nuba, si erano già confrontati più volte in passato, in scontri spesso letali. L’accordo di riconciliazione era stato firmato dopo che il generale Mohamed Hamdan Dagalo, membro del nuovo Consiglio Sovrano del Paese, aveva minacciato di espellere entrambe le fazioni dal Sudan qualora si fossero rifiutate di riappacificarsi. Dagalo aveva poi esortato le parti a rinunciare alle loro armi, detenute illegalmente, e a consegnarle alle autorità, promettendo ai cittadini di impegnarsi nella risoluzione degli scontri ancora in atto nel Paese. Port Sudan, centro economico della nazione africana, possiede uno sbocco sul Mar Rosso utilizzato anche dal Sud Sudan per esportare petrolio. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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