Afghanistan: ancora violenze, più di 8.000 famiglie costrette a sfollare

Pubblicato il 22 maggio 2021 alle 19:46 in Afghanistan Asia

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Almeno 8.000 famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in circa cinque province dell’Afghanistan, a seguito delle perduranti violenze su più fronti tra le forze governative e i talebani. Nel frattempo, anche 3 civili sono morti in due incidenti separati verificatisi tra il 21 e il 22 maggio.

Secondo quanto riferito dal Ministero per i rifugiati e i rimpatri di Kabul, sabato 22 maggio, le province interessate da ondate di sfollamento sono Baghlan, Helmand, Kunduz, Kandahar e Laghman. Qui, ad eccezione di tre giorni di tregua, durata dal 13 al 15 maggio, gli scontri non si sono mai arrestati, aggravando un quadro già fragile. Il capo del distretto per i rifugiati e i rimpatri a Baghlan, Sharifullah Shafiq, ha specificato che, su 8.500 famiglie sfollate, 3.500 sono andate via a seguito della nuova ondata di violenza, mentre altre hanno lamentato la mancanza di alloggi, servizi sanitari, istruzione e strutture dove poter condurre una “vita normale”.  In tale quadro, il capo del Consiglio provinciale di Kunduz, Mohammad Yusuf Ayubi, ha dichiarato che le abitazioni delle famiglie sfollate sono state trasformate in basi militari.

Intanto, nella sera del 21 maggio, proprio nella provincia di Baghlan, situata appena a Nord di Kabul, almeno 10 membri delle forze di sicurezza e 40 talebani sono stati uccisi o feriti negli scontri verificatisi nei distretti di Baghlan-e-Markazi e Nahrin. Le tensioni degli ultimi sette giorni si sono intensificate dopo che i talebani hanno preso il controllo del centro del distretto di Burka, a Baghlan, incluso tra i territori che i fondamentalisti cercano di conquistare per favorire un eventuale assalto verso la capitale Kabul e agevolare i propri spostamenti all’interno del Paese. In tale quadro, il 22 maggio, il Ministero della Difesa afgano ha reso noto che 20 talebani sono rimasti uccisi a seguito di un’operazione condotta nella tarda serata del giorno precedente, il 21 maggio, tra cui anche Amrullah, il governatore scelto dai talebani per Baghlan. L’operazione, a detta di fonti della sicurezza, ha poi provocato la morte di 8 soldati afgani, mentre altri 6 sono rimasti feriti.

Il quadro degli ultimi episodi comprende altresì quanto accaduto a Helmand e Takhar, dove due abitazioni sono state colpite da colpi di mortaio, provocando la morte di 3 bambini. La notizia è stata riferita, il 22 maggio, da fonti locali, mentre i talebani non hanno rilasciato commenti a riguardo. Il primo incidente ha avuto luogo nella sera del 21 maggio nella periferia della città di Taluqan, mentre il secondo ha interessato la città di Lashkargah, nelle prime ore del 22 maggio.

Da decenni, l’Afghanistan è caratterizzato da una profonda instabilità politica. In seguito al crollo del regime sovietico, i talebani si sono affermati come gruppo dominante e, alla fine di una sanguinosa guerra civile tra diversi gruppi locali, hanno governato gran parte dell’Afghanistan dal 1996. Dopo essere stati decimati a seguito dell’invasione degli Stati Uniti del 2001 e dell’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati ad essere attivi e a compiere numerose offensive per destabilizzare il Paese. Con una serie di attacchi alle attuali istituzioni afghane, le milizie talebane hanno tentato più volte di riprendere il controllo del governo.

Dopo quasi due decenni di conflitto, un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020, con la precedente amministrazione di Donald Trump, aveva rappresentato un punto di svolta significativo. Tuttavia, l’intesa non ha messo fine alle violenze, e, considerata la perdurante instabilità e l’aumento degli scontri, il 29 gennaio scorso, il presidente statunitense, Joe Biden, ha affermato di voler riesaminare l’accordo con i talebani. Parallelamente, il 14 aprile, Washington ha confermato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan entro settembre, tre mesi più tardi rispetto alla scadenza concordata dall’amministrazione Trump, fissata per il primo maggio. Ciò ha portato i talebani ad affermare che non avrebbero partecipato ad iniziative diplomatiche fino a quando i soldati stranieri si sarebbero trovati nel proprio Paese. Da parte sua, il governo di Kabul teme che i militanti islamisti vogliano riprendere il controllo del territorio con la forza, una volta che le forze armate afghane non saranno più supportate dalle forze aeree di Washington.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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