Cina-UE: bloccata la ratifica dell’accordo sugli investimenti

Pubblicato il 21 maggio 2021 alle 10:48 in Cina Europa

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Il Parlamento europeo ha dichiarato che non ratificherà l’Accordo globale sugli investimenti tra Unione europea (UE) e Cina, il 20 maggio, se Pechino non rimuoverà le sanzioni che ha imposto contro i funzionari e le istituzioni europei lo scorso 22 marzo. La missione cinese presso l’UE ha dichiarato che l’intesa non è un regalo concesso da una parte all’altra.

Il 20 maggio, i parlamentari europei hanno adottato una risoluzione con 559 voti a favore, 30 contrari e 58 astenuti nella quale hanno condannato le “sanzioni infondate e arbitrarie” contro più soggetti ed entità europei da parte della Cina e hanno “congelato” la procedura di ratifica dell’Accordo globale sugli investimenti. Per i membri del Parlamento europeo, le sanzioni imposte da Pechino sono state un attacco alle libertà fondamentali e, per questo, ne hanno chiesto la rimozione, aggiungendo che, a causa delle sanzioni, “la ratifica dell’accordo UE-Cina non è valutabile” al momento. I deputati europei hanno quindi chiesto a Pechino di rimuovere le sanzioni in questione così che poi potranno occuparsi dell’accordo. Il Parlamento ha poi ricordato alla Commissione europea che terrà conto anche di questioni legate ai diritti umani in Cina, compresa Hong Kong, al momento dell’approvazione del testo. Infine, i parlamentari europei hanno affermato che la sospensione della ratifica dell’intesa sino-europea non avrà ripercussioni su accordi commerciali e di investimento con altri partner regionali, compresa Taiwan.

Nella stessa giornata, la delegazione cinese all’UE ha affermato che l’Accordo globale sugli investimenti con la Cina è equo e reciprocamente vantaggioso e non è una concessione fatta da una parte all’altra. Rispetto alla questione delle sanzioni, la delegazione cinese a Bruxelles ha affermato che si è trattato di contromisure implementate legittimamente in risposta alle sanzioni unilaterali e allo scontro promossi dall’UE. La delegazione ha poi aggiunto che la Cina ha sempre incoraggiato la cooperazione con la parte europea in buona fede e spera che l’UE possa venirle incontro.

Lo scorso 22 marzo, Pechino aveva annunciato di aver sanzionato 10 individui e 4 istituzioni europei dopo che l’UE aveva deciso, nella stessa giornata, di imporre sanzioni “unilaterali” contro quattro soggetti e un’entità cinesi in relazione ad accuse di violazione dei diritti umani nella regione cinese dello Xinjiang. In tale occasione, Bruxelles aveva imposto sanzioni contro la Cina per la prima volta dagli eventi di Piazza Tiananmen, del 1989.

Secondo Paesi per lo più occidentali, la Cina avrebbe perpetrato violazioni dei diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione dello Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedono anche detenzioni e lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nello Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nello Xinjiang. 

Tali vicende hanno creato tensioni tra Pechino e Bruxelles facendo avanzare varie ipotesi sulle ripercussioni che potrebbero avere sull’Accordo globale sugli investimenti. I negoziati riguardanti quest’ultimo sono stati formalmente conclusi lo scorso 30 dicembre. L’accordo, che si propone di essere ancorato al concetto di sostenibilità, ha come obiettivo primario quello di consentire a Cina e UE un maggior accesso ai rispettivi mercati e una competizione equa, superando gli ostacoli agli investimenti e riducendo il ruolo delle aziende a proprietà statale. Tale intesa potrebbe consentire alle aziende europee maggior accesso al mercato cinese e controbilanciare le possibilità che le aziende cinesi hanno in seno all’UE. L’accordo deve essere ancora approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo, formato dai capi di stato o di governo dei 27 Paesi membri dell’UE.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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