Navi militari USA entrano in acque rivendicate da Pechino

Pubblicato il 20 maggio 2021 alle 10:47 in Cina USA e Canada

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La Cina ha denunciato l’ingresso illegale del cacciatorpediniere lanciamissili statunitense USS Curtis Wilbur nelle proprie acque territoriali, il 20 maggio, nei pressi delle isole Xisha, note anche come isole Paracelso, nel Mar cinese Meridionale.

In particolare, il portavoce del comando meridionale dell’Esercito popolare di liberazione (EPL) della Cina, il colonnello dell’aeronautica Tian Junli, ha affermato che lo USS Curtis Wilbur è entrato illegalmente in acque territoriali cinesi senza l’approvazione del governo di Pechino. Il passaggio è avvenuto nel Mar Cinese Meridionale, nelle acque che cingono le isole Xisha, la cui sovranità è contesa tra Cina, Taiwan e Vietnam. Tian ha affermato che il comando meridionale dell’EPL ha disposto truppe di soldati a controllo e monitoraggio dello USS Curtis Wilbur lungo tutto il suo tragitto, chiedendo all’imbarcazione di andarsene.

Il portavoce dell’EPL ha ribadito che l’arcipelago delle isole Xisha fa parte del territorio della Cina e che l’ultima operazione delle forze armate statunitensi ha violato la sovranità e la sicurezza del proprio Paese, danneggiando anche la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale. Per la Cina, l’atteggiamento statunitense ha violato la legge internazionale e i principi alla base delle relazioni tra Stati e ha aumentato artificialmente i rischi per la sicurezza regionale. Tali azioni, definite non professionali e irresponsabili, per Pechino, potrebbero provocare incomprensioni ed errori di calcolo, causando imprevisti in mare. Tutto ciò proverebbe che gli USA sono un “provocatore di rischi nel Mar Cinese Meridionale”. Tian ha infine dichiarato che le truppe del comando meridionale dell’EPL manterranno sempre alto lo stato di allerta e salvaguarderanno risolutamente la sovranità nazionale e la sicurezza della Cina, così come la pace e la stabilità regionali.

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di dispute di sovranità tra la Cina, Taiwan, le Filippine, il Vietnam, la Malesia e il Brunei che hanno rivendicazioni concorrenti su tali acque. In particolare, per la Cina, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici e, nello specifico, da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e rivista nel 1953, in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, comprese le Xisha, provocando proteste da parte degli altri Paesi. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti.

In tale quadro, gli USA sono presenti militarmente nel Mar Cinese Meridionale e rifiutano le rivendicazioni di sovranità cinesi. Le navi da guerra statunitensi conducono spesso esercitazioni di “libertà di navigazione”, per assicurare “la libertà e l’apertura dell’Indo-Pacifico”. 

Prima di attraversare il Mar Cinese Meridionale, il 18 maggio, lo USS Curtis Wilbur aveva attraversato anche lo Stretto di Taiwan, provocando altre proteste da parte cinese.  In totale, il transito della USS Curtis Wilbur aveva rappresentato la quinta volta in cui le forze statunitensi hanno condotto operazioni nelle acque tra la Cina continentale e l’isola dall’insediamento del presidente statunitense, Joe Biden, alla Casa Bianca, il 20 gennaio scorso. La presenza navale di Washington è percepita dalla Cina come una dimostrazione di sostegno degli USA per le autorità di Taipei.

Pechino considera l’isola una sua provincia e quindi parte integrante del territorio nazionale, in base al principio “una sola Cina”. A Taipei, però, è presente un esecutivo autonomo e l’isola si auto-definisce la Repubblica di Cina (ROC), sostenendo di essere un’entità statale separata dalla Repubblica Popolare Cinese. Dal 2016, tale esecutivo è guidato dalla presidente Tsai Ing-wen, a capo del Partito Progressista Democratico (PPD), la quale ha sempre rifiutato di riconoscere il principio “una sola Cina” ed è stata rieletta con un’ampia maggioranza alle ultime elezioni sull’isola l’11 gennaio 2020. Il governo di Pechino, da parte sua, ha più volte affermato di voler risolvere la questione di Taiwan, che rappresenta la sua maggiore problematica dal punto di vista territoriale e diplomatico, e non ha escluso la possibilità di farlo utilizzando la forza.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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