La diplomazia di USA e Europa sul conflitto a Gaza

Pubblicato il 20 maggio 2021 alle 13:15 in Europa Medio Oriente USA e Canada

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Gli sforzi diplomatici della Casa Bianca e dei Paesi europei stanno cercando di fare pressione su Israele e sui gruppi palestinesi al fine di favorire la de-escalation ed impedire che gli scontri si trasformino in un conflitto allargato, che coinvolga tutto il Medio Oriente.

Il presidente americano, Joe Biden, ha parlato, mercoledì 19 maggio, con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu (la loro seconda telefonata in tre giorni) dichiarando di aspettarsi “una significativa riduzione dell’escalation per aprire la strada ad un cessate il fuoco”. Questo è quanto hanno riferito alcuni funzionari dell’amministrazione USA, secondo il New York Times. 

Nel frattempo, in Europa, Francia e Germania, entrambi forti alleati di Israele e inizialmente restii a fare pressioni su Netanyahu, soprattutto nei primi giorni del conflitto, hanno intensificato i loro sforzi per un cessate il fuoco. Quest’ultima eventualità includerebbe l’interruzione di tutti gli attacchi israeliani alle infrastrutture di Hamas e l’interruzione dei tentativi israeliani di uccidere membri di alto livello di Hamas. L’organizzazione palestinese, dal canto suo, accetterebbe di fermare tutte le operazioni, compreso il lancio di razzi contro le città israeliane.

Le prospettive che un cessate il fuoco si concretizzi non sono ancora chiare. Non è sicuro, poi, che un qualsiasi accordo raggiunto questa settimana porti effettivamente ad una sospensione a lungo termine delle ostilità. Secondo alcune fonti, potrebbe trattarsi solo di una breve interruzione finalizzata a far entrare nella Striscia di Gaza i necessari aiuti umanitari. L’accesso a Gaza, in particolare, è quanto stanno chiedendo i diplomatici francesi mentre tentano di portare avanti una proposta di risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Fino a ieri, non era ancora chiaro se gli Stati Uniti, che hanno bloccato tutti i tentativi del Consiglio di rilasciare dichiarazioni di condanna delle violenze, avrebbero aderito alla risoluzione francese.

Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Mass, ha affermato, dal canto suo, che starebbe volando in Israele per colloqui con rappresentanti israeliani e palestinesi. Nel loro insieme, sembra che gli sforzi occidentali per fermare il conflitto siano più convinti rispetto agli inizi. Netanyahu non ha commentato la conversazione con Biden e non ha specificato se Israele diminuirà l’escalation, ma in un post su Twitter ha scritto: “Apprezzo particolarmente il sostegno del nostro amico Joe Biden, per il diritto all’autodifesa dello Stato di Israele”.

Le violenze tra israeliani e palestinesi sono arrivate all’undicesimo giorno e si sono riversate non solo su Gaza, ma anche nella Cisgiordania occupata e nel Nord di Israele, dove l’esercito di Tel Aviv ha ingaggiato uno scontro a fuoco con i militanti oltre il confine in Libano, mercoledì 19 maggio. Finora, i bombardamenti israeliani su Gaza hanno ucciso almeno 230 persone, inclusi 65 bambini. In Israele, invece, 12 persone sono state uccise dai razzi di Hamas.

Nessuno degli alleati di Israele ha finora condannato pubblicamente le azioni di Tel Aviv a Gaza. Per Biden, però, l’approccio amichevole sta diventando difficile da mantenere mentre crescono le obiezioni tra i democratici, alcuni dei quali lo spingono a prendere una posizione più assertiva nei confronti di Netanyahu. Le uccisioni di civili a Gaza hanno turbato diversi membri democratici del Congresso. Martedì 18 maggio, la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, ha affrontato Biden e lo ha supplicato di fare qualcosa per fermare la crescente violenza nella regione e proteggere le vite dei palestinesi. La deputata Debbie Dingell, del Michigan, ha dichiarato in un’intervista, mercoledì 19 maggio, che la riluttanza di Netanyahu a negoziare un cessate il fuoco sta rendendo più difficile per i democratici di tutto lo spettro politico difendere le azioni di Israele.

Secondo il New York Times, per le nazioni europee, la spinta a chiedere un cessate il fuoco si baserebbe anche su ragioni politiche. I Paesi dell’UE sono preoccupati che un incidente o una decisione imprevista nel conflitto di Gaza possa portare a una vera e propria guerra di terra, come nel 2014, o all’intervento di Hezbollah dal Libano, come nel 2006. In più, gli Stati europei sono anche consapevoli del fatto che le loro tensioni interne potrebbero complicare il sostegno storico dell’UE a Israele. La crisi migratoria del 2015 ha portato in Europa più di un milione di rifugiati e migranti musulmani, alcuni con forti posizioni anti-israeliane. Sia in Francia che in Germania, le manifestazioni pro-palestinesi si sono talvolta trasformate in proteste anti-israeliane e attacchi antisemiti, inclusi assalti alle sinagoghe. I governi temono che tali proteste e la violenza interna possano peggiorare qualora il conflitto dovesse protrarsi più a lungo.

La Francia è in allerta soprattutto per via del terrorismo a carattere jihadista, talvolta scatenato dall’indignazione per gli eventi in Medio Oriente. Anche la Germania, che nel 2015 ha accolto un milione di migranti, per lo più musulmani, sta lottando per contenere la rabbia nei confronti di Israele. Preoccupazioni suscita anche per i governi occidentali il populismo europeo di destra, a carattere anti-immigrazione e spesso anti-islamico, con una chiara identificazione politica con i “valori giudaico-cristiani” e animato da un forte sostegno a Israele. Questo è evidente in Francia, con il partito di estrema destra di Marine Le Pen, così come in Germania, con il partito tedesco “Alternativa per la Germania”.

Con l’Ungheria e l’Austria in primo piano tra i sostenitori di Israele in Europa, insieme a funzionari chiave che appoggiano posizioni pro-israeliane in Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, l’Unione Europea appare seriamente divisa sulla questione. “Trump ha promosso non solo la politica di destra in Europa, ma ha guidato un nuovo allineamento di governi etno-nazionalisti che tendono a sostenere Israele”, ha osservato Hugh Lovatt, ricercatore presso il Consiglio europeo sulle relazioni estere. Inoltre, almeno fino ad ora, “c’è stata sempre una decrescente attenzione nei confronti della questione palestinese da parte dei governi”, ha spiegato Kristina Kausch, una senior fellow del German Marshall Fund. Questi sviluppi sono stati in parte attribuiti al fatto che Israele abbia accantonato momentaneamente i piani per annettere la Cisgiordania occupata e che siano stati sottoscritti gli accordi di Abramo del 2020, per la normalizzazione dei legami di Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan, tutti difensori dei diritti dei palestinesi. Kausch ha pertanto dichiarato che la sensazione è che “la causa palestinese possa essere messa nel dimenticatoio, che i Paesi arabi e le loro popolazioni non se ne preoccupino più”. Tuttavia, gli ultimi eventi, ha chiarito la ricercatrice, stanno dimostrando “che la causa palestinese è viva e vegeta e che non può più essere ignorata, almeno per un po’”.

Secondo Julien Barnes-Dacey, direttore del Programma per il Nord Africa e il Medio Oriente presso il Consiglio europeo sulle relazioni estere, i Paesi dell’UE ritengono che Israele sia interessato solo ai comportamenti di Washington e che “fintanto che gli israeliani credono di avere l’America alle spalle non saranno interessati a ciò che stanno facendo gli europei”. All’inizio degli scontri, ha aggiunto Barnes-Dacey, gli Stati Uniti e l’Europa erano “ampiamente in sintonia con la narrativa israeliana”. Nell’UE, secondo il ricercatore, una delle ragioni principali di questa posizione sarebbe la svolta politica “verso Israele, un’inclinazione a destra più anti-islamica”. Tuttavia, nel momento in cui l’opinione pubblica sta facendo sentire la sua voce contro Tel Aviv, ha osservato Barnes-Dacey, “i governi europei dovrebbero reagire in modo più proattivo”. “C’è una sensazione più forte che fa dire “quando è troppo è troppo” e che questa situazione non può andare avanti”.

Questa sarebbe stata, secondo l’analisi del direttore del Programma del Consiglio europeo sulle relazioni estere, una delle motivazioni che avrebbe spinto la Francia a cercare di mediare e contemporaneamente a spingere l’amministrazione Biden a fare pressioni su Israele affinché interrompa la campagna su Gaza e raggiunga un cessate il fuoco immediato prima che il conflitto si intensifichi, come accaduto nel 2014, quando una guerra condotta con truppe di terra israeliane è durata sette settimane. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è stato particolarmente impegnato questa settimana, avendo incontrato il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e il re Abdullah di Giordania. Dopo i colloqui, nella giornata di mercoledì 19 maggio, Parigi ha rilasciato una dichiarazione congiunta in cui ha specificato che i tre “hanno invitato le parti a concordare immediatamente un cessate il fuoco e a lavorare con le altre nazioni per raggiungere questo risultato, anche attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, impegnandosi poi in negoziati efficaci per raggiungere una pace duratura”.

La Francia, secondo quanto suggerito da un funzionario di Parigi che ha preso visione della bozza di risoluzione francese, vorrebbe creare un percorso affinché gli Stati Uniti contribuiscano a raggiungere questo obiettivo. Il documento, stando a quanto rivelato dalla fonte, sarebbe breve e conciso, condannerebbe Hamas per i razzi sui civili israeliani e riprenderebbe una risoluzione simile, di due pagine, approvata dal Consiglio di sicurezza durante la guerra di Gaza del gennaio 2009, sulla quale gli Stati Uniti si erano astenuti. Il progetto di risoluzione chiederebbe poi la cessazione delle ostilità, l’accesso umanitario a Gaza, la condanna dei razzi e di qualsiasi incitamento alla violenza, ha aggiunto il funzionario.

Anche in Germania, il tradizionale sostegno a Israele sembra diminuire. Dopo aver parlato con Netanyahu, lunedì 17 maggio, la cancelliera Angela Merkel “ha condannato aspramente i continui attacchi missilistici su Israele da Gaza e ha assicurato al primo ministro la solidarietà del governo tedesco”. Tuttavia, stando a quanto specificato dal portavoce Steffen Seibert, date le molteplici vite civili perse “da entrambe le parti”, “la cancelliera ha espresso la sua speranza che i combattimenti finiscano il prima possibile”. Il ministro degli Esteri, Heiko Maas, ha detto martedì che “porre fine alla violenza in Medio Oriente è la priorità fondamentale”, ma ha anche incolpato Hamas per l’escalation. Quest’ultima precisazione, secondo alcuni, sarebbe stata il risultato delle critiche interne rivolte al governo, considerato da diverse parti troppo indulgente di fronte alle proteste pro-palestinesi e talvolta accusate di antisemitismo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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