Guatemala: 7 detenuti uccisi in carcere

Pubblicato il 20 maggio 2021 alle 18:47 in America centrale e Caraibi

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Almeno 7 detenuti sono morti, la maggior parte dei quali decapitati, in scontri tra bande rivali all’interno della prigione di Cantel, a Quetzaltenango, nell’Ovest del Guatemala. Centinaia di poliziotti sono stati schierati per ristabilire l’ordine nella struttura carceraria, che ospita sia membri della banda Mara Salvatrucha sia i loro rivali del Barrio 18. I decessi sono stati registrati a seguito delle violenze avvenute mercoledì 19 maggio. 

“In via preliminare, è nota la morte di 7 detenuti”, ha riferito in un comunicato il Ministero dell’Interno, definendo l’episodio una “sommossa”. Il bilancio è stato confermato dalla Procura, il cui personale è riuscito ad accedere alla prigione, situata a 205 chilometri dalla capitale. Un portavoce della Polizia Civile Nazionale (PNC), Jorge Aguilar, ha precisato all’agenzia di stampa Agence France Presse che la violenza sarebbe stata causata da uno scontro tra due bande rivali e che almeno 6 prigionieri sarebbero stati decapitati. Le autorità sospettano che una delle bande abbia attaccato l’altra per vendicarsi di un incidente passato, avvenuto alcuni giorni fa, ha aggiunto Aguilar.

La violenza tra bande e le sommosse sono comuni nella prigione di Cantel, criticata da diversi gruppi per la difesa dei diritti umani a causa delle sue condizioni difficili. Costruita per ospitare 500 detenuti, al momento ne contiene un numero quattro volte superiore, pari a circa 2.000 persone. Le bande guatemalteche sono note per i racket e le estorsioni, con le quali costringono uomini d’affari e piccoli imprenditori a pagare per la loro protezione. In caso contrario, rischiano di essere uccisi. I gruppi criminali del Guatemala sono responsabili di quasi la metà delle 3.500 morti violente registrate all’anno nel Paese. Si tratta di uno dei più alti tassi al mondo.

Il Guatemala sta ancora cercando di riprendersi da un conflitto civile durato circa 36 anni. La guerra si concluse nel 1996 e contrappose gli insorti di sinistra, per lo più Maya, al governo, che, sostenuto dagli Stati Uniti, intraprese una dura campagna per eliminare i guerriglieri. Più di 200.000 persone, la maggior parte civili, sono state uccise o sono scomparse negli anni degli scontri. 

Il Paese possiede ancora oggi una forte cultura indigena. Tuttavia, i Maya, pur costituendo circa la metà della popolazione, sono costretti ad affrontare situazioni di profonda disuguaglianza, come testimoniato da vari gruppi di attivisti per i diritti umani. La nazione rappresenta poi un importante corridoio per il contrabbando di droga.

A livello politico, una recente crisi ha scosso la presidenza di Alejandro Giammattei, leader conservatore eletto a capo di Stato nel gennaio 2020. Il 20 novembre dello scorso anno, ampie proteste erano esplose contro il suo governo dopo l’approvazione di un bilancio controverso relativo all’anno 2021 che prevedeva, tra le altre cose, tagli alla spesa per l’istruzione e la salute. In particolare, i manifestanti ritenevano che i legislatori guatemaltechi avessero negoziato e approvato il bilancio in segreto e che avessero approfittato della distrazione causata dalle conseguenze della diffusione del coronavirus e dell’arrivo degli uragani Eta e Iota nel Paese centro-americano. Oltre a questo, i manifestanti lamentavano anche recenti mosse della Corte Suprema e del procuratore generale che, a loro dire, avrebbero ostacolato la lotta alla corruzione.

La popolazione aveva dunque iniziato ad esprimere il proprio malcontento sulle piattaforme dei social media, per poi ritrovarsi in strada, dove si erano verificati i primi scontri. Le proteste avevano raggiunto il culmine il 21 novembre, con l’incendio del Parlamento e l’aperta contestazione al presidente Giammattei da parte del suo stesso vicepresidente. Tuttavia, gli analisti avevano attribuito le cause del dissenso non solo alla legge di bilancio e alla concentrazione di potere nelle mani del presidente, ma anche ad una tensione che covava nel Paese da almeno cinque anni.

La democrazia nata dalla fine della guerra civile, nel 1996, è sempre stata debole, ma l’escalation delle recenti tensioni andava ricondotta soprattutto ad una crisi politico-giudiziaria che si trascinava dal 2015. Cinque anni fa, a seguito di indagini da parte delle Nazioni Unite, era venuta alla luce una serie di atti di corruzione che legavano le autorità doganali del Paese centroamericano a politici e narcotrafficanti, coinvolgendo direttamente l’allora presidente Otto Pérez Molina, arrestato a settembre del 2015, e il suo successore, Jimmy Morales, nonché familiari e collaboratori dei due ex-presidenti e di numerosi politici di primo piano. Già allora iniziarono alcune proteste contro la corruzione nel Paese e a sostegno del lavoro del Procuratore speciale contro l’impunità, che aveva indagato sulle irregolarità, e della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (CICIG).

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Chiara Gentili

di Redazione