Regno Unito: i dettagli del controverso programma antiterrorismo “Prevent”

Pubblicato il 19 maggio 2021 alle 19:06 in Europa UK

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Nel Regno Unito, migliaia di persone sospettate di “estremismo” sono state sottoposte a test per la valutazione della salute mentale attraverso appositi Vulnerability Support Hubs, che fanno parte del programma di prevenzione anti-terrorismo del governo britannico, il cosiddetto “Prevent”. Nell’ambito di questa iniziativa, gli agenti di polizia lavorano al fianco di psichiatri e psicoterapeuti al fine di monitorare e indagare la mente dei soggetti sottoposti a indagine. Gli Hubs sono stati lanciati nel territorio dell’Inghilterra meridionale, centrale e settentrionale come parte di un programma pilota avviato nel 2016 e, da allora, sono diventati un elemento consolidato della strategia anti-terrorismo del Regno Unito. Tra il 2016 e il 2020, quasi 4.000 persone sono passate attraverso il sistema di valutazione della salute mentale, inclusi adolescenti e bambini intorno ai 6 anni. 

Secondo un’associazione britannica che si occupa di benessere psicofisico, Medact, il programma porrebbe tuttavia dei “seri problemi etici”, dal momento che utilizzerebbe “la medicina come dispositivo di sicurezza” e prenderebbe di mira in maniera sproporzionata le minoranze, in particolare i musulmani. L’ente ha dunque presentato una serie di richieste per la libertà di informazione (Freedom Of Information) sulla strategia della polizia antiterrorismo, ritenuta attualmente “segreta”, e ha dichiarato che “le preoccupazioni per la sicurezza, prima della realizzazione di un crimine, spesso nate da errori e tendenti al razzismo” influenzerebbero il trattamento medico ricevuto dai pazienti. Nello specifico, alcune valutazioni sulla salute mentale, ha evidenziato il rapporto di Medact, sono condotte in presenza della polizia e ciò porterebbe a situazioni “potenzialmente coercitive”, che rischiano di offuscare i confini tra psicologia e antiterrorismo.

Secondo l’organizzazione, esistono prove effettive di pressioni esercitate sugli operatori sanitari da parte della polizia in casi di pazienti detenuti ai sensi del Mental Health Act. In questi episodi, gli operatori sanitari sarebbero stati incoraggiati a monitorare gli indagati per assicurarsi che assumessero i loro farmaci sulla base di supposizioni del tipo “agiva in modo strano” oppure “si era convertito all’Islam”. In altri casi, i diritti alla privacy dei pazienti sarebbero stati erosi, poiché la polizia poteva contare su un maggiore accesso alle loro informazioni sanitarie.

Il dottor Hil Aked, uno dei coautori del rapporto e responsabile della ricerca presso Medact, ha dichiarato: “Questo progetto sostiene di riguardare l’assistenza, ma in realtà si tratta di aiutare la polizia ad eludere il principio di riservatezza, costringendo gli operatori sanitari a condurre attività che vanno oltre il loro mandato, compresa la sorveglianza e la criminalizzazione”. In più, ha sottolineato Aked, le persone verrebbero inserite nel sistema sulla base del sospetto e non per aver commesso un crimine. “La polizia cerca di mantenere segreto il progetto perché è eticamente dubbio”, ha aggiunto il dottore, specificando che ci sarebbe stata una “totale mancanza di valutazione indipendente”. Medact ha chiesto pertanto che gli hub vengano rimossi, sostenendo che siano “non necessari” e “dannosi”.

Dal canto suo, la polizia ha chiarito che non ci sarebbe nulla di “segreto” nel progetto e ha assicurato di aderire a “tutti gli standard etici e clinici esistenti”.

Secondo il report di Medact, i musulmani avrebbero una probabilità 23 volte maggiore di essere indirizzati agli hub per ‘”islamismo” rispetto ai britannici sospettati di estremismo di “estrema destra”. “Il monitoraggio dei pazienti sospettati per ‘ideologia islamica’ rischia di trattare come patologie le pratiche musulmane”, ha detto Shazad Amin, consulente psichiatrico e vice presidente di MEND, un gruppo che si occupa di combattere l’islamofobia. “Anche le percentuali sproporzionate di bambini musulmani inseriti nel programma sono preoccupanti: abbiamo bisogno di chiarezza sulle ragioni di ciò per garantire che non vengano emessi giudizi basati sull’islamofobia”, ha aggiunto Amin. Stando al rapporto, molti di coloro che sono stati valutati negli hub sarebbero adolescenti e bambini. Il più giovane di loro avrebbe 6 anni. 

La paura di Medact è che il progetto venga implementato a livello nazionale nonostante la mancanza di una valutazione indipendente completa. Quando l’iniziativa è stata avviata, la polizia aveva affermato che il suo obiettivo era cercare di indagare più approfonditamente l’esistenza di un possibile legame tra “condizioni di salute mentale ed esposizione alla radicalizzazione”. Il progetto pilota è stato finanziato congiuntamente dalla polizia antiterrorismo, dall’NHS e dall’Home Office.

Nik Adams, coordinatore nazionale del programma di prevenzione, ha negato quanto sostenuto da Medact e ha elogiato la “partnership tra polizia e specialisti della salute”. Il programma aiuta gli agenti a “identificare e comprendere le complesse esigenze individuali che stanno determinando comportamenti dannosi e vulnerabilità alla radicalizzazione”, ha detto Adams ad Al Jazeera. “Questo ci aiuta a impedire che coloro che sono più esposti cadano nella criminalità o si radicalizzino”, ha aggiunto, concludendo: “Quando le esigenze di un individuo non sembrano rilevanti per un rischio legato al terrorismo, i pazienti vengono semplicemente indirizzati ad altri servizi di salute mentale o di supporto con raccomandazioni appropriate per la loro cura”. Adams ha infine assicurato che il personale coinvolto nelle valutazioni rispetterebbe gli standard etici e clinici.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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