Libano-Golfo: relazioni tese dopo le dichiarazioni del ministro libanese

Pubblicato il 19 maggio 2021 alle 10:12 in Arabia Saudita Libano

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Sono diversi gli Stati che hanno mostrato opposizione alle dichiarazioni del ministro degli Esteri del governo custode del Libano, Charbel Wehbe, il quale ha accusato i Paesi del Golfo di essere responsabili dell’ascesa dello Stato Islamico in Siria e in Iraq. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha convocato l’ambasciatore libanese a Riad, mentre, mercoledì 19 maggio, il ministro Wehbe ha chiesto di essere esonerato dal suo incarico. 

In particolare, nel corso di un’intervista televisiva all’emittente al-Hurra, andata in onda il 17 maggio, Wehbe ha affermato che quei Paesi simbolo di “amore, amicizia e fratellanza” hanno portato l’ISIS nella regione mediorientale, consentendo all’organizzazione terroristica di stanziarsi nelle pianure di Ninive, Anbar e Palmyra. Il ministro non ha fornito prove a riguardo né ha fatto riferimento a Stati specifici, e quando gli è stato chiesto se con “quei Paesi” intendesse gli Stati del Golfo, Wehbe ha risposto che non voleva fare nomi. Tuttavia, alla domanda sul sostegno economico di tali Paesi al movimento islamista, il ministro ha risposto: “Chi li ha finanziati allora, io?”.

Secondo alcuni, dichiarazioni simili avrebbero rappresentato una risposta alle affermazioni di un ospite saudita della trasmissione, che ha accusato il capo di Stato libanese, Michel Aoun, di aver ceduto il proprio Paese al movimento sciita Hezbollah, il quale riceve il sostegno dell’Iran, rivale di Riad. Altri, invece, hanno evidenziato come le accuse di Wehbe contro i vicini del Golfo possano essere conseguenza del loro mancato aiuto al Libano, un Paese caratterizzato da una crescente e perdurante crisi economica e finanziaria, definita la peggiore dalla guerra civile del 1975-1990, ma dove l’influenza di Hezbollah ha più volte limitato il sostegno da parte dei vicini regionali.

Il giorno successivo alle dichiarazioni del ministro, il 18 maggio, Aoun ha affermato che le dichiarazioni di Wehbe non riflettono la politica e la posizione ufficiale del Libano, ma una opinione personale del ministro, probabilmente per scongiurare eventuali tensioni con i Paesi alleati del Golfo, i quali continuano a essere possibili donatori. Parallelamente, il primo ministro libanese designato, Saad al-Hariri, tuttora alle prese con la formazione di un nuovo esecutivo, ha ammonito il ministro, evidenziando come il sostegno arabo sia fondamentale e che il Libano desidera preservare buone relazioni con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo. Wehbe, dal canto suo, nella medesima giornata, ha riferito che i suoi commenti sono stati travisati e che non è stata fatta menzione di alcun Paese specifico.

Nonostante ciò, il Ministero degli Esteri saudita ha convocato l’ambasciatore del Libano per consegnare una nota ufficiale di protesta contro quelli che ha definito “reati” perpetrati da Wehbe, il quale è stato accusato di commenti “offensivi”, non in linea con le norme diplomatiche più elementari, né con le relazioni storiche che legano Riad e Beirut. Motivo per cui, Riad ha deciso di convocare l’ambasciatore per esprimere il rifiuto e l’opposizione del Regno a tali dichiarazioni. Anche gli Emirati Arabi Uniti (UAE), il Bahrein e il Kuwait hanno agito nello stesso modo, definendo i commenti di Wehbe dispregiativi e razzisti. Parallelamente, il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Nayef al-Hajraf, ha richiesto scuse ufficiali da parte di Wehbe per affermazioni ritenute essere inaccettabili. Ad ogni modo, lo stesso Hajraf ha ribadito il sostegno “storico” dei Paesi membri del GCC alla popolazione libanese, nonché alla stabilità e sicurezza del Paese mediorientale.

Come sottolineato dal quotidiano al-Arab, quanto accaduto dal 17 maggio rappresenta uno dei primi episodi di tal tipo dal 1943, ma che potrebbe avere conseguenze per i circa 500.000 libanesi che lavorano negli Stati del Golfo, di cui 300.000 nella sola Arabia Saudita. In tale quadro si colloca altresì la mossa di Riad del 25 aprile scorso, data in cui l’Arabia Saudita ha deciso di vietare l’import di frutta e verdura dopo aver sventato un tentato contrabbando di 5,3 milioni di pillole Captagon presso il porto di Gedda, dove le sostanze stupefacenti erano state poste in casse che avrebbero dovuto contenere melograni.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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