Myanmar: gli ultimi sviluppi a livello interno e internazionale

Pubblicato il 18 maggio 2021 alle 9:50 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’Esercito del Myanmar ha preso il controllo sulla cittadina di Mindat, nello Stato di Chin, situata a 100 km dal confine con l’India, il 17 maggio, dopo giorni di scontri con la Chinland Defence Force (CDF). Intanto, a livello interno, è salito a 802 il numero di morti dall’inizio delle proteste contro la giunta militare al potere dal primo febbraio scorso. A livello internazionale, invece, gli USA, il Canada e il Regno Unito hanno continuato ad imporre sanzioni sui militari birmani e l’Onu ha rimandato un voto per richiedere l’interruzione della fornitura di armi al Myanmar, previsto per il 18 maggio.

Il 17 maggio, le forze militari birmane hanno colpito la cittadina di Mindat, che conta circa 20.000 abitanti, con artiglieria pesante e con elicotteri da combattimento per disperdere la CDF, una milizia etnica locale istituita il 4 aprile scorso e armata per lo più con armi da caccia autoprodotte. L’assalto è arrivato in seguito a giorni di scontri tra le parti, iniziati il 12 maggio e che avevano spinto l’Esercito ad imporre la legge marziale a Mindat dal 14 maggio. L’Organizzazione per i diritti umani Chin ha dichiarato che le forze della CDF si sono ritirate strategicamente per salvare i civili dagli attacchi indiscriminati dell’Esercito. Secondo la CDF, il 17 maggio, sarebbero stati uccisi almeno 5 civili e altri 10 sarebbero stati feriti. L’ambasciata statunitense ha criticato l’utilizzo delle armi contro i civili da parte della giunta militare al potere.

La CDF sta combattendo contro le forze che rispondono alla giunta militare al potere dal mese di aprile e ha affermato di aver ucciso almeno 38 militari in scontri avvenuti nello Stato di Chin tra aprile e maggio 2021. Dalla presa del potere nazionale da parte dell’Esercito birmano, sono ripresi gli scontri tra l’Esercito e diverse milizie etniche in varie aree del Paese.  In Myanmar, da decenni, sono presenti gruppi di ribelli appartenenti a diverse etnie che, per anni, hanno lottato contro il governo centrale per ottenere maggiore autonomia. 

A livello internazionale, il 18 maggio, l’Assemblea generale dell’Onu ha rimandato un voto su una bozza di risoluzione con la quale richiedere “la sospensione immediata diretta e indiretta per la fornitura, la vendita o il trasferimento di tutte le armi e le munizioni” al Myanmar. Al momento, non è chiaro quando sarà indetta una nuova votazione e, secondo alcuni diplomatici, la posticipazione sarebbe servita a prendere più tempo per raccogliere consensi. La bozza richiederebbe anche di interrompere lo stato d’emergenza in atto nel Paese e le violenze, di rispettare la volontà popolare espressa alle elezioni dell’8 novembre scorso, di consentire la visita di inviati dell’Onu e di mettere in atto una proposta di risoluzione della crisi avanzata dall’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asia (ASEAN).

Se approvata, la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu non avrebbe valore vincolante, mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe imporre un embargo sulle armi legalmente vincolante o sanzioni. Tuttavia, secondo più diplomatici, la Cina e la Russia potrebbero impedire un simile scenario. Intanto, il 17 maggio, gli USA, il Regno Unito e il Canada hanno imposto nuove sanzioni contro 15 membri della giunta militare al potere e il Consiglio di gestione nazionale creato dai militari.

I disordini in Myanmar sono iniziati dopo che, il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere e ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile fino a quel momento alla guida del Paese, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo con a capo Aung San Suu Kyi. 

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. Al 17 maggio, sarebbero state almeno 802 le persone morte negli scontri, secondo quanto riferito dall’associazione locale nota come Assistance Association for Political Prisoners che ha però sottolineato che il numero potrebbe essere anche più alto. Oltre a questo, 4.120 persone sono state invece arrestate. In secondo luogo, l’Esercito avrebbe ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GNU), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GNU e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.