Libia: l’LNA sfida il Consiglio presidenziale, la Corte internazionale avverte i mercenari stranieri

Pubblicato il 18 maggio 2021 alle 11:06 in Africa Libia

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Mentre il Procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha messo in guardia dai crimini commessi da mercenari e combattenti stranieri in Libia, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Ahmed al-Mismari, ha esortato le forze turche ad abbandonare il Paese e ha fatto accenno alle rinnovate capacità del proprio esercito.

In particolare, in un’intervista trasmessa dall’emittente al-Hadath, legata a Saddam Haftar, figlio del generale dell’LNA, Khalifa Haftar, al-Mismari ha affermato che le proprie forze organizzeranno presto una grande parata militare. A detta del portavoce, l’esercito di Haftar, il quale aveva intrapreso, il 4 aprile 2019, un’offensiva volta a conquistare la capitale Tripoli, è stato sconfitto in quanto ha combattuto in territori vasti, dove non si verificavano scontri dalla Seconda guerra mondiale. Inoltre, tra le fila dell’esercito vi erano persone anziane, le quali, ora, sono state sostituite da diversi combattenti giovani. Pur non facendo riferimento ai mercenari russi e sudanesi, membri delle compagnie Wagner e Janjaweed, stanziati nella base di al-Jufra, né tantomeno alle forze emiratine dispiegate nella base orientale di Khadim, al-Mismari ha poi esorato la Turchia a ritirare i propri combattenti dal Paese Nord-africano.

Come evidenziato da più parti, le parole di al-Mismari, da un lato, hanno messo in luce la prontezza dell’LNA ad impegnarsi in nuove eventuali battaglie, mentre, dall’altro lato, hanno rappresentato una sfida nei confronti del Consiglio presidenziale, che, in qualità di comandante supremo dell’esercito libico, il 19 aprile scorso, ha emanato una decisione con cui viene impedito ai funzionari con ruoli dirigenziali di recarsi all’estero e di rilasciare dichiarazioni alla stampa senza autorizzazione. Si tratta di una decisione non del tutto rispettata dai fedeli di Haftar.

Nel frattempo, la Corte penale internazionale, il 17 maggio, nel corso di un meeting del Consiglio di Sicurezza, svoltosi da remoto, ha messo in guardia le milizie e le forze regolari straniere dispiegate nei territori libici da possibili procedimenti giudiziari, dopo che sono state ricevute informazioni sulle loro attività, che hanno destato la preoccupazione della Corte. Come specificato dal Procuratore capo, Bensouda, quanto condotto dalle forze straniere rientra nella giurisdizione della Corte internazionale, indipendentemente dalla nazionalità degli individui coinvolti. Per anni, a detta di Bensouda, la Libia è stata vittima di “giochi politici” e assenza di giustizia, ma ora gli autori di crimini di guerra verranno portati davanti alla giustizia. Ad ogni modo, è stato richiesto l’impegno della comunità internazionale e l’interazione con le autorità nazionali in Libia.

Parallelamente, tutte le parti belligeranti sono state esortate a porre fine alle operazioni contro i civili all’interno dei centri di detenzione, sia ufficiali sia non, dove i detenuti sono spesso vittime di maltrattamenti e crimini di diverso tipo, come sparizioni forzate, arresti arbitrari, torture, violenza sessuale e di genere, su cui sono state raccolte “prove credibili”. Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, il numero di persone detenute in modo “casuale”, all’interno di 28 carceri ufficiali in Libia, è pari 8.850, mentre altri 10.000, tra cui vi sono anche donne e bambini, sono trattenuti in centri appartenenti a fazioni armate. In tale quadro si colloca altresì un report del 23 settembre 2020, elaborato dall’organizzazione Amnesty International, intitolato “Tra la vita e la morte”, in cui vengono messe in luce le violazioni dei diritti umani subite dai migranti e rifugiati soccorsi nel Mediterraneo e riportati successivamente in Libia. Secondo il report, questi individui “sono intrappolati in un ciclo di gravi violazioni dei diritti umani e abusi tra cui detenzioni arbitrarie prolungate e altre privazioni illegali della libertà”.

Alla data di pubblicazione del report, la Libia si trovava ancora sotto la guida del precedente governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), e dell’esecutivo parallelo legato all’Esercito Nazionale Libico. Inoltre, non era stato ancora siglato l’accordo di cessate il fuoco, firmato il mese successivo, il 23 ottobre, che ha dato impulso a una mobilitazione a livello sia nazionale sia internazionale, volta a porre fine alla situazione di instabilità scoppiata il 15 febbraio 2011. Una delle tappe più significative è stata rappresentata dalle elezioni del 5 febbraio scorso, che hanno portato alla nomina di nuove autorità esecutive ad interim, chiamate a guidare la Libia nel percorso di transizione democratica, fino alle elezioni del 24 dicembre 2021. Ad oggi, uno dei principali nodi da sciogliere resta l’allontanamento di forze e mercenari stranieri, pari, secondo le cifre dell’Onu, a quasi 20.000.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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