La Giordania si oppone all’escalation a Gaza

Pubblicato il 18 maggio 2021 alle 17:07 in Giordania Israele Palestina

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Mentre il monarca giordano, il re Abdullah II, è impegnato in colloqui con i presidenti di Francia ed Egitto, per discutere della perdurante escalation tra Israele e il gruppo palestinese Hamas, sono migliaia i manifestanti giordani scesi in piazza per mostrare la propria opposizione.

Scopo del dialogo con Emmanuel Macron e Abdel Fattah al-Sisi è giungere a un cessate il fuoco il prima possibile ed evitare che le tensioni sfocino in un conflitto più ampio. Come spiega il quotidiano al-Arab, il Regno hashemita è stato tra i primi a mettere in guardia dalle crescenti tensioni a Gerusalemme, derivanti dalla situazione presso la moschea di al-Aqsa e nel quartiere di Sheikh Jarrah, ma il suo approccio nei confronti di Israele è stato definito controllato. Mentre le autorità hanno consentito alla popolazione di manifestare, nonostante le restrizioni imposte per far fronte alla pandemia di Covid-19, il 17 maggio, il Parlamento giordano ha approvato, all’unanimità, la richiesta di espellere l’ambasciatore israeliano ad Amman e di richiamare in patria il proprio rappresentante nella missione diplomatica di Tel Aviv. Al momento, il governo non ha ancora approvato la misura, ma sono diverse le pressioni esercitate sull’esecutivo, affinchè questa venga applicata. In particolare, alcune forze politiche interne criticano l’operato ufficiale, considerando le dichiarazioni diplomatiche e le campagne contro Israele insufficienti, e chiedendo mosse concrete, tra cui l’espulsione dell’ambasciatore israeliano e la fine del trattato di pace di Wadi Araba con Israele. “Questo è il minimo da poter fare in risposta a ciò che Israele sta facendo ai palestinesi”, ha affermato un deputato. Ad ogni modo, per alcuni è improbabile che il governo giordano accetti di espellere l’ambasciatore israeliano, in quanto il Regno teme le conseguenze che un’azione simile può avere anche in futuro.

Al contempo, il Regno ha intrapreso la strada della diplomazia. In tale quadro si collocano le dichiarazioni di re Abdullah II che, il 16 maggio, ha riferito di aver stabilito intensi contatti per far fronte alla violenta escalation a Gaza. Il giorno successivo, il 17 maggio, in una conversazione telefonica con il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il monarca ha poi affermato che non può esservi alternativa a una soluzione politica che garantisca una pace giusta e inclusiva, basata sulla soluzione a due Stati, la quale prevede l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano, secondo i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Per il monarca, sono state le ripetute provocazioni di Israele nei confronti dei palestinesi ad aver portato all’escalation in corso, acuitasi dal 10 maggio scorso. Di fronte a uno scenario ancora teso, re Abdullah II ha poi esortato la comunità internazionale a profondere sforzi per porre fine alle violenze e ripristinare il processo di pace.

La Giordania è connessa alla questione palestinese. La popolazione del Regno è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania, prima degli accordi del 2020, era l’unico Paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi. Tuttavia, nonostante il trattato di pace di Wadi Araba del 1994, che aveva posto le basi per la pace dopo decenni di guerra tra Giordania e Israele, il popolo giordano continua a considerare Israele un nemico e, a tal proposito, si è altresì opposto al cosiddetto piano di pace presentato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, il 28 gennaio 2020, e ai progetti di annessione di Israele del medesimo anno. Parallelamente, a detta del quotidiano al-Arab, il re Abdullah II e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si sono progressivamente allontanati a seguito degli accordi di normalizzazione siglati da Israele nel 2020 con alcuni Paesi arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti (UAE), visti come un abbandono di Amman da parte di Tel Aviv.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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