Filippine: Duterte vieta ai ministri di parlare di Mar Cinese Meridionale

Pubblicato il 18 maggio 2021 alle 13:15 in Cina Filippine

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Il presidente filippino, Rodrigo Duterte, il 17 maggio, ha vietato a tutti i membri del gabinetto di governo e alle parti coinvolte delle Filippine di rilasciare  qualsiasi commento pubblico riguardante la questione del Mar Cinese Meridionale, consentendo loro di discuterne solamente in privato.

Duterte ha dato tale ordine durante un annuncio televisivo nel quale ha affermato: “ Se ne parliamo, facciamolo ma tra di noi”, riferendosi al Mar Cinese Meridionale, che a Manila è chiamato Mare Filippino Occidentale. L’annuncio del capo di Stato filippino si colloca in un contesto di crescenti tensioni tra la Cina e le Filippine a causa delle rivendicazioni di sovranità concorrenti in tali acque, durante il quale figure di primo piano del governo di Manila hanno criticato apertamente Pechino. Tra questi vi sono stati il segretario agli Affari Esteri, Teodoro Locsin Jr, il segretario alla Difesa, Delfin Lorenzana, e il capo di Stato maggiore dell’Esercito filippino, Cirilito Sobejana.

Le ultime tensioni tra la Cina e le Filippine sono nate dopo che il 21 marzo scorso,  Manila aveva inoltrato a Pechino una prima protesta diplomatica per la presenza, a partire dal precedente 7 marzo, di circa 220 imbarcazioni cinesi nei pressi delle scogliere Whitsun Reef, contese tra le parti, definendo le navi in questione “milizie”. La Cina aveva affermato che queste stessero cercando riparo nell’area, dove avrebbero avuto diritto di trovarsi visto che tale zona rientrerebbe in acque rivendicate da Pechino e, in particolare, nell’arcipelago delle Spratly o Nansha, considerate cinesi. Il loro numero era progressivamente diminuito, ma le imbarcazioni cinesi sarebbero restate in loco per giorni per essere poi raggiunte da altre, spingendo le Filippine a chiedere loro di andarsene, ad inviare aerei da guerra per monitorare le loro operazioni e ad intensificare le pattuglie di navi da guerra dell’Esercito a sostegno della Guardia costiera, già presente in loco.  Anche gli USA erano intervenuti sulla vicenda dichiarando il proprio appoggio a Manila e accusando Pechino di utilizzare “milizie militari” per “intimidire, provocare e minacciare altre Nazioni”. Manila aveva poi inviato una seconda protesta diplomatica alla Cina, il 14 aprile scorso, accusando Pechino di pescare illegalmente nell’area e di aver ammassato 240 navi nelle acque territoriali filippine. Più tardi, il 12 maggio, Manila ha dichiarato che vi fossero circa 300 imbarcazioni cinesi nelle acque contese.

A livello internazionale, le tensioni tra Manila e Pechino nel Mar Cinese Meridionale erano state oggetto di una sentenza della Corte di giustizia internazionale, il 12 luglio 2016, emessa a conclusione di un processo iniziato nel 2013. In quell’anno, Manila aveva denunciato Pechino per aver costruito isole artificiali nelle acque contese tra i due Paesi. In particolare, nel 2012, la Cina aveva sottratto il controllo sulle scogliere Scarborough alle Filippine dopo un periodo di stallo tra le parti, militarizzandole e depositandovi anche alcuni missili. Sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Corte Internazionale di Giustizia aveva invalidato le rivendicazioni cinesi, basate sulla cosiddetta Linea dei nove tratti, e si era espressa in favore delle Filippine, sostenendo che Pechino avesse violato la loro sovranità. La Cina si era rifiutata di partecipare al processo e non ha mai preso in considerazione e rispettato il suo esito.

In tale contesto, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, dalla sua ascesa alla guida del Paese, il 30 giugno 2016, ha sempre mantenuto buone relazioni con Pechino ed è stato spesso criticato per non aver richiesto alla Cina di rispettare la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia del 12 luglio 2016. Duterte è sempre stato riluttante a farlo, sostenendo che nel caso di un conflitto con la Cina per le questioni del Mar Cinese Meridionale, il proprio Paese avrebbe perso.

Per Pechino, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici, nello specifico da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e rivista nel 1953, in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, provocando proteste da parte degli altri Paesi coinvolti nelle dispute. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti.

Rispetto alle dispute sulle acque del Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti hanno più volte criticato le rivendicazioni cinesi e le forze navali e aeree di Washington conducono operazioni nell’area. Nelle Filippine, le forze armate degli USA sono presenti in base all’accordo   Visiting Forces Agreement (VFA), che il presidente filippino Duterte aveva minacciato di non voler rinnovare alla sua scadenza del 9 agosto 2020. Tuttavia, il governo di Manila aveva poi deciso di rimandare tale decisione, mantenendo di fatto attivo il VFA e motivando la scelta citando il coronavirus e l’aggravarsi della “competizione tra superpotenze”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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