Yemen: gli Houthi nuovamente accusati di perpetuare il conflitto

Pubblicato il 14 maggio 2021 alle 18:38 in Medio Oriente Yemen

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Nel ribadire il proprio impegno a porre fine al conflitto in Yemen, attori politici yemeniti hanno, ancora una volta, accusato le milizie di ribelli Houthi di essere responsabili delle perduranti tensioni. Secondo alcuni, la “intransigenza” mostrata dal gruppo ribelle è un fattore che dovrebbe essere tenuta in considerazione anche dall’amministrazione statunitense di Joe Biden.

Il conflitto yemenita, scoppiato a seguito del colpo di stato Houthi del 21 settembre 2014, non può dirsi ancora concluso e la situazione a Ma’rib continua a destare preoccupazione a livello internazionale. Tuttavia, per il governo legato al presidente legittimo, Rabbo Mansour Hadi, sono le milizie sciite a voler continuare a combattere, rifiutando di impegnarsi in colloqui di pace. L’idea è stata nuovamente ribadita, il 12 maggio, dal rappresentante permanente dello Yemen alle Nazioni Unite, Abdullah Ali Fadhel Al-Saadi, nel corso di una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, durante la quale è stato affermato che il governo yemenita desidera una pace inclusiva, equa e duratura in Yemen, basata sui “tre riferimenti”, ovvero l’iniziativa del Golfo del 2011, i risultati della Conferenza sul dialogo nazionale del 2013-2014 ed alcune risoluzioni Onu, come la numero 2216. Gli Houthi, al contrario, non desiderano la pace e continuano a ricevere sostegno militare, logistico e militare da parte dell’Iran, il quale consente loro di continuare le proprie operazioni. Alla luce di ciò, i membri del Consiglio di Sicurezza sono stati invitati ad esercitare pressioni sul gruppo sciita, affinché interrompa le proprie azioni, soprattutto a Ma’rib, dove viene messa in pericolo la vita di più di un milione di yemeniti, dopo che più di 3000 famiglie sono state costrette a fuggire.

Parallelamente, un politico yemenita, Faris al-Bail, in un’intervista con il quotidiano Asharq al-Awsat, ha affermato che i ribelli Houthi non sono interessati alla pace, e con essi l’Iran, in quanto “spegnere il fuoco della guerra che l’Iran ha acceso significa estinguere il suo progetto strategico di controllo e influenza nella regione”. Ciò, a detta di al-Bail, spiega il fallimento delle ultime iniziative di pace in Yemen, derivante altresì dal fatto che Teheran non vede negli Houthi un semplice attore politico nell’arena yemenita, ma un proprio “braccio militare”, grazie al quale portare avanti i propri piani. Alla luce di ciò, per il politico yemenita, è necessario che il governo legittimo non accetti accordi temporanei né intese incomplete imposte con la mediazione esterna, che potrebbero non risolvere la crisi. Al contempo bisogna diminuire le capacità militari e di controllo delle milizie ribelli. Anche secondo altri scrittori e giornalisti yemeniti, il gruppo sciita, dal 2014, ha utilizzato consultazioni e meeting internazionali per guadagnare tempo, coprire i suoi movimenti sul campo e cercare di ottenere progressi militari, ed è improbabile che anche ora si impegni in negoziati in modo serio. Inoltre, nonostante le sconfitte subite, non è da escludersi un aumento delle violenze a Ma’rib, vista la determinazione mostrata dagli Houthi nel voler conquistare una regione ritenuta strategica.

Il quadro degli sviluppi in Yemen degli ultimi mesi comprende le mosse della nuova amministrazione statunitense guidata da Joe Biden, il quale, sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, si è detto determinato a svolgere un ruolo più attivo nel porre fine al conflitto yemenita, attraverso una soluzione politica che risponda alle esigenze di ciascuna parte belligerante. Tuttavia, secondo diversi analisti, la cui opinione è stata riportata dal quotidiano al-Arab, Washington, fino ad ora, non ha offerto soluzioni a vantaggio della popolazione yemenita, ma, al contrario, ha rafforzato la posizione dei ribelli Houthi.

In particolare, Biden ha dapprima sospeso il proprio sostegno militare alla coalizione internazionale a guida saudita, impegnata, dal 26 marzo 2015, a fianco dell’esercito yemenita filogovernativo. Poi, il 16 febbraio, le milizie Houthi sono state rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT). Successivamente, gli USA hanno nominato un proprio inviato speciale in Yemen, Timothy Lenderking, impegnatosi in colloqui con gli attori yemeniti nel corso di cinque tour nel Golfo. Si tratta di azioni che potrebbero creare un clima favorevole a negoziati di pace, me che, invece, non hanno portato ai risultati sperati e, anzi, gli Houthi sembrano essere diventati ancora più forti. A dimostrarlo, vi è il rifiuto dell’iniziativa di pace saudita del 22 marzo, l’offensiva contro Ma’rib, intrapresa nella prima settimana di febbraio, e l’intensificarsi degli attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui anche quelli legati alla compagnia petrolifera Saudi Aramco. Inoltre, mentre Teheran ha continuato ad armare i ribelli, come mostrato dal carico sequestrato il 6 maggio, gli Houthi si sono rifiutati di incontrare Lenderking e l’inviato dell’Onu, Martin Griffiths.

Di fronte a tale scenario, secondo alcuni analisti, Washington deve essere consapevole dei limiti che caratterizzano il dialogo con il gruppo sciita, contro cui hanno mostrato una posizione “morbida” fino ad ora, limitandosi a rimproveri e senza intraprendere azioni militari. Al contempo, gli Stati Uniti dovrebbero comprendere l’importanza del dialogo con l’Iran, non solo per trovare una soluzione al dossier sul nucleare, ma anche per portare pace in Yemen.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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