Il fatto più importante della settimana: Israele e Palestina

Pubblicato il 14 maggio 2021 alle 6:30 in Israele Palestina

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Dalla sera del 10 maggio, l’esercito israeliano e il gruppo palestinese Hamas hanno attaccato i rispettivi territori, in quello che è stato definito il più intenso scambio di bombardamenti dal 2014.

Stando agli ultimi dati, riportati nel pomeriggio del 13 maggio, il numero di vittime palestinesi ha toccato quota 84, mentre il numero di razzi lanciati contro i territori israeliani, dal 10 maggio, ammonta a 1.600. Il numero di vittime israeliane è pari a 6.

La violenta escalation ha rappresentato il culmine di giorni di tensione a Gerusalemme Est, che hanno interessato diversi luoghi sacri, primo fra tutti la moschea di al-Aqsa, presa d’assalto dalle forze israeliane nella mattina del 10 maggio, le quali sono state viste impiegare proiettili di gomma, granate e gas lacrimogeni per allontanare i fedeli palestinesi. Contemporaneamente, anche la porta di Damasco, la Spianata delle Moschee e altri quartieri della Città Vecchia di Gerusalemme sono stati teatro di scontri e violenze tra le forze israeliane e i manifestanti palestinesi. In tale quadro, il 10 maggio stesso, il gruppo palestinese aveva avvertito Israele della possibilità di un attacco su larga scala se le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound della moschea di al-Aqsa, entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, Hamas ha iniziato a lanciare razzi già dalla sera del 10 maggio, proseguiti poi nel corso dei giorni successivi. Agli attacchi del gruppo palestinese ha immediatamente fatto seguito la risposta israeliana.

Le Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas, avevano inizialmente dichiarato, nella notte tra l’11 e il 12 maggio, di aver lanciato più di 200 razzi contro Israele, e che ne avrebbero lanciati 110 contro la città di Tel Aviv e altri 100 contro Beersheva, in risposta agli attacchi israeliani contro abitazioni civili e alle violenze perpetrate dalla polizia di Israele contro i fedeli della moschea di al-Aqsa. Alla luce di ciò, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato lo stato di emergenza nella città di Lod, dopo che le forze di polizia locali hanno riferito dello scoppio di rivolte da parte della minoranza araba locale, conseguenza dell’uccisione di un arabo israeliano residente nella città. Anche nell’aeroporto di Ben Gurion sono state imposte rigide misure di sicurezza. Al contempo, Israele aveva precedentemente riferito che uno dei raid di Hamas aveva colpito un gasdotto situato nei pressi della città meridionale di Ashkelon, provocando un vasto incendio. 

A Gaza, tra i primi luoghi ad essere colpiti vi sono stati una stazione di polizia e la sede del governo nella Striscia di Gaza, mentre il portavoce del Ministero dell’Interno a Gaza, Iyad Al-Bazam, ha dichiarato che gli aerei israeliani hanno causato la distruzione di tutti gli edifici del quartier generale della polizia nella Striscia di Gaza. Nel frattempo, i residenti di Gaza sono stati costretti ad evacuare dalle proprie abitazioni, dopo che i bombardamenti di Israele hanno colpito il quartiere meridionale di Khan Younis, nelle prime ore del 12 maggio, oltre alla torre residenziale di al-Jawhara, che ospitava più di 160 famiglie palestinesi, e a quella di Hanadi, dove risiedevano circa 80 nuclei familiari. A seguire, vi è stata anche la torre di Al-Shorouq, un edificio sede di aziende e uffici dei media e del canale televisivo satellitare Al-Aqsa, controllato da Hamas. I bombardamenti israeliani sono andati avanti per tutta la giornata e Hamas ha confermato che il suo comandante di Gaza City, Bassem Issa, è stato ucciso in un attacco insieme ad altri membri anziani del gruppo.

Di fronte a tale scenario, il coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, ha messo in guardia da quella che potrebbe rivelarsi una “guerra totale” tra Hamas e Israele. Motivo per cui, le parti sono state esortate a favorire una de-escalation, considerato che il costo della guerra a Gaza potrebbe essere “devastante” e a pagarlo sarebbe la “gente comune”. Nonostante ciò, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, nella sera dell’11 maggio ha affermato che i raid contro Gaza delle ore precedenti “erano solo l’inizio”. Dall’altro lato, il capo dell’ufficio politico di Hamas, Isma’il Haniyeh, ha affermato che se Israele vorrà intensificare i propri attacchi “la resistenza è pronta” ad affrontarlo, ma se, al contrario, vorrà fermarsi anche il gruppo palestinese si fermerà.

Il 12 maggio, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha ribadito il “sostegno ferreo” di Washington ad Israele in una chiamata con la sua controparte israeliana e ha ribadito l’importanza di “ripristinare la calma”. Nel pomeriggio, anche il segretario di Stato, Antony Blinken, ha tenuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e ha espresso la sua preoccupazione per la “raffica di attacchi missilistici” contro Israele, ribadendo l’invito a tutte le parti verso una distensione. Sul fronte opposto, le parole del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sono state molto più dure. Durante una conversazione con il suo omologo russo, Vladimir Putin, Erdogan ha dichiarato che la comunità internazionale dovrebbe “dare una forte lezione ad Israele”, facendo riferimento alla sua condotta nei confronti della popolazione palestinese. 

Un clima di tensione aveva già caratterizzato Gerusalemme Est dal 12 al 26 aprile, quando gruppi di palestinesi hanno protestato rifiutando il divieto, imposto da Israele, di radunarsi nelle aree dove si è soliti incontrarsi durante il mese sacro di Ramadan, come la moschea di al-Aqsa. Sin dal posizionamento delle barricate da parte della polizia israeliana, ogni notte i giovani palestinesi sono scesi per le strade della città, fino a quando, il 26 aprile, le forze di polizia israeliana hanno riaperto l’area circostante alla Porta di Damasco, a Gerusalemme, uno dei principali accessi alla Spianata delle moschee situata nella Città Vecchia.

Poi, il 2 maggio, la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni a Sheikh Jarrah entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. È stata la decisione della Corte Suprema ad alimentare la rabbia dei palestinesi, scesi in piazza nei giorni successivi per protestare, nel quadro di manifestazioni dal risvolto violento.

 

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

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