La Cina confuta le ultime “prove di genocidio” nello Xinjiang

Pubblicato il 14 maggio 2021 alle 10:47 in Australia Cina

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Il think thank Australian Strategy Policy Institute (ASPI) ha pubblicato una relazione, il 12 maggio, affermando che, dal 2017, nella regione cinese dello Xinjiang si sia verificato un crollo delle nascite senza precedenti, pari al 48,74%, che potrebbe avvalorare accuse di genocidio rivolte alla Cina dagli USA e non solo. Il 13 maggio, Pechino ha però respinto e confutato il documento e il suo contenuto, sostenendo di non aver mai imposto politiche di pianificazione familiare discriminatorie nei confronti di alcuna minoranza etnica dello Xinjiang.

L’ASPI ha dichiarato che, sulla base di dati rilasciati da governo cinese, il tasso delle nascite nelle contee abitate per il 90% o anche oltre da popolazioni appartenenti a minoranze etniche è diminuito in media del 57% dal 2017 al 2018. Tale situazione riguarderebbe in particolar modo lo Xinjiang soprattutto a confronto con altre regioni. ASPI ha dichiarato: “La nostra analisi si basa su lavori precedenti e fornisce prove convincenti che le politiche del governo cinese nello Xinjiang potrebbero costituire un atto di genocidio”. La relazione di ASPI ha affermato che le autorità cinesi hanno utilizzato multe, internamenti o minacce di internamento per scoraggiare le nascite.

Il 13 maggio, la portavoce del Ministero Affari Esteri della Cina, Hua Chunying, ha risposto alle accuse affermando, innanzitutto, di non sapere da dove sia venuto il dato del crollo delle nascite del 48,74% dal 2017 al 2019 nello Xinjiang. Al contrario, Hua ha dichiarato che, negli ultimi 60 anni, l’aspettativa media di vita nella regione in questione sarebbe passata da 30 a 72 anni. Negli ultimi quaranta anni, poi, la popolazione appartenente alla minoranza uigura dello Xinjiang sarebbe cresciuta andando da 5 milioni di persone a oltre 12 milioni. Dal 2010 al 2018, invece, i cittadini di etnia uigura sarebbero aumentati del 25%, un dato ritenuto “chiaramente più alto” del 2% rappresentato dall’etnia han che è quella maggioritaria. Hua ha poi citato dati dell’Ufficio nazionale di statistica della Cina, affermando che, rispetto a dieci anni fa, la popolazione cinese appartenente a minoranze etniche sarebbe cresciuta del 10,26%, mentre quella han del 4,93%.

In merito alla questione delle politiche di pianificazione familiare, Hua ha spiegato che la Cina ha adottato tali misure a partire dal 1982 in base ad un percorso attuativo preciso. Quest’ultimo ha previsto che le politiche di pianificazione familiare fossero dapprima adottate nelle aree interne e poi in quelle di frontiera, e allo stesso modo, prima nelle città e poi nelle campagne e prima tra la popolazione di etnia han e poi tra le minoranze. Rispetto al caso delle minoranze dello Xinjiang, Hua ha sottolineato che le politiche di pianificazione familiare oltre ad essere state applicate diciassette anni più tardi rispetto a quanto avvenuto per la popolazione han, sono state attuate anche in modalità più rilassate rispetto alle aree centrali del Paese. Inoltre, Hua ha specificato che lo Xinjiang non ha formulato alcuna politica di pianificazione familiare per alcuna singola etnia e che “non esiste” alcuna “applicazione  di obiettivi delle nascite e indici”.

Hua ha infine citato un questionario ricevuto dalla CNN in base al qual una famiglia uigura avrebbe portato tre tra i propri figli in Italia, lasciandone altri quattro nello Xinjiang. Tale evidenza proverebbe che non vi sia alcun caso di “sterilizzazione forzata”. Infine Hua ha citato un documento diffuso dai media cinesi dal titolo “Come sono fabbricate le bugie sullo Xinjiang” che spiegherebbe come le “forze anti-Cina” operino nel diffondere informazioni false.

Secondo Paesi per lo più occidentali, la Cina avrebbe perpetrato violazioni dei diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione dello Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedrebbero anche i lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi dal 2016, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Gli USA, poi, lo scorso 19 gennaio, sono stati, invece, il primo Paese ad accusare formalmente la Cina di genocidio e crimini contro l’umanità nei confronti della minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang. 

Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nello Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nello Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese dello Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi allo Xinjiang.

Le tensioni sulle questioni degli uiguri tra la Cina e alcuni Paesi occidentali sono aumentate quando, nel mese di marzo 2020, il Regno Unito, il Canada e l’Unione europea (UE) si sono unite agli USA nell’imporre sanzioni contro individui e organizzazioni accusate di essere coinvolte nella violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Pechino aveva quindi risposto adottando a sua volta sanzioni.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese


 

di Redazione

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