Sudan: 2 persone uccise nel corso di proteste, decine i feriti

Pubblicato il 13 maggio 2021 alle 16:26 in Africa Sudan

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Almeno 2 persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite dopo che le forze di sicurezza del Sudan hanno represso una manifestazione in cui si chiedeva giustizia per le vittime delle proteste antigovernative di due anni fa. Il primo ministro, Abdalla Hamdok, si è detto “scioccato” per le uccisioni, mercoledì 12 maggio, definendo un “crimine” l’uso di proiettili veri contro “manifestanti pacifici”.

In centinaia si erano riuniti, nella serata di martedì 12 maggio, davanti al quartier generale dell’esercito, a Khartoum, nello stesso luogo in cui, nel 2019, migliaia di persone si radunarono chiedendo le dimissioni dell’allora presidente, Omar al-Bashir, e sollecitando il trasferimento pacifico del potere ad un governo civile. In particolare, un sit-in tenutosi il 3 giugno di quell’anno fu represso nel sangue e, in quell’occasione, oltre 100 persone morirono a causa del violento intervento delle forze di sicurezza nazionali. 

Per quanto riguarda i fatti di due giorni fa, le forze armate del Paese hanno dichiarato: “Mentre i manifestanti lasciavano il sito, si sono verificati eventi sfortunati che hanno portato all’uccisione di 2 persone e al ferimento di altre”. I militari hanno aggiunto che sono state avviate indagini. L’esercito, inoltre, ha affermato di essere “pienamente pronto a consegnare alla giustizia chi sarà giudicato coinvolto”.

Anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Khartoum ha espresso “shock e sgomento” per le uccisioni di martedì. “Condanniamo l’uso di proiettili veri su manifestanti pacifici”, si legge sul profilo Twitter dell’ambasciata, che invita il Sudan a “indagare a fondo e ad assicurare alla giustizia gli autori degli omicidi”.

Durante le proteste di martedì, giovani manifestanti sono stati visti portare striscioni e foto raffiguranti i volti delle vittime delle repressioni avvenute nel 2019. “Ricompense per i martiri”, urlavano alcuni, sventolando bandiere sudanesi. “Continueremo a chiedere giustizia”, ha dichiarato uno dei manifestanti, Samar Hassan. Un altro dei partecipanti alla protesta ha tenuto un discorso annunciando nuovi sit-in qualora il governo non dovesse presentare, nelle prossime settimane, i risultati delle indagini sugli omicidi del 2019. Secondo diversi testimoni, le forze di sicurezza sono intervenute per disperdere la folla di manifestanti, sparando prima gas lacrimogeni.

Il premier Hamdok ha dichiarato, in un post pubblicato su Twitter, che le repressioni del 2019 sono state caratterizzate da “estrema brutalità”. Il primo ministro ha dunque promesso che il suo governo di transizione, salito al potere dopo la rimozione di al-Bashir, avrebbe “assicurato gli autori delle violenze alla giustizia”.

Le proteste contro l’ex presidente erano scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018 e, in pochi mesi, avevano causato grandi trasformazioni nel Paese. Dopo 16 settimane di manifestazioni di piazza, l’11 aprile 2019 l’esercito era riuscito a espellere al-Bashir, al potere da trent’anni, e aveva instaurato un governo militare di transizione, a capo del quale venne insediato Abdel Fattah Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo aveva cercato una mediazione con i manifestanti, ma questi avevano continuato a protestare per le strade della capitale, chiedendo la nascita di un esecutivo civile. Nel corso della protesta del 3 giugno del 2019, le forze di sicurezza nazionale avrebbero utilizzato gas lacrimogeno e granate stordenti per disorientare e disperdere gli attivisti. Più tardi, i militari avrebbero altresì iniziato a sparare proiettili veri, provocando, nel giro di qualche giorno, un totale di circa 128 morti, secondo il bilancio fornito dal comitato nazionale dei medici. I generali al potere negarono di aver ordinato la repressione e chiesero l’avvio di un’indagine sull’incidente. Alla fine del 2019, fu istituita una commissione per verificare gli eventi, ma l’organo deve ancora terminare i suoi lavori. 

L’accordo di pace tra civili e militari venne raggiunto il 17 luglio 2019 e, in base a quanto stabilito nel trattato, il nuovo governo, a composizione mista, avrebbe guidato la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. Il primo ministro Hamdok prestò giuramento il 21 agosto di quell’anno, diventando leader del governo di transizione e promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, al-Burhan, assunse invece il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo incaricato di gestire il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più uno designato di comune accordo tra le parti. Il 14 dicembre 2019, al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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