Yemen: l’inviato Griffiths pronto a lasciare l’incarico

Pubblicato il 12 maggio 2021 alle 10:29 in Medio Oriente Yemen

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Secondo diverse fonti, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, sta per lasciare il proprio incarico nel Paese mediorientale, dopo essere stato scelto come prossimo coordinatore degli Affari umanitari.

Stando a quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya, Griffiths sostituirà Mark Lowcock, attualmente a capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (OCHA), in un momento in cui l’organizzazione internazionale è impegnata ad arrestare l’aumento di fame e carestia in diverse regioni del mondo, tra cui lo Yemen, e a far fronte alla pandemia di Covid-19 attraverso la distribuzione di vaccini. L’inviato speciale, definito un ex diplomatico britannico, sarà il quinto cittadino del Regno Unito consecutivo ad essere posto a capo dell’agenzia OCHA. Tuttavia, fonti diplomatiche hanno precisato che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, non aveva scelto Griffiths fin da subito, ma che altri candidati erano in corso per la medesima posizione.

Anche al-Araby al-Jadeed ha confermato la notizia, affermando che Griffiths terrà il suo ultimo briefing sulla situazione in Yemen mercoledì 12 maggio, al Consiglio di Sicurezza, mentre, al momento, non è ancora chiaro chi lo sostituirà negli anni a venire. È dal 16 febbraio 2018 che l’inviato speciale dell’Onu si è impegnato a porre fine al perdurante conflitto civile in Yemen, scoppiato a seguito del colpo di stato degli Houthi del 21 settembre 2014, il quale ha provocato quella che è stata definita dall’Onu la peggiore crisi umanitaria al mondo. Prima di assumere tale incarico, Griffiths era stato direttore esecutivo dell’Istituto Europeo per la Pace.

La fine del mandato di Griffiths fa seguito al fallimento degli ultimi negoziati e al rifiuto dei ribelli sciiti Houthi di incontrare l’inviato speciale. Era stato proprio quest’ultimo a proporre, già da novembre 2020, un possibile accordo di pace, diffuso con il nome di “dichiarazione congiunta”, nella quale le parti belligeranti, gli Houthi e il governo legittimo yemenita, sono state invitate a porre fine ai combattimenti all’interno dello Yemen e alle offensive verso il Regno saudita, oltre a implementare misure umanitarie ed economiche urgenti per alleviare le sofferenze del popolo yemenita e affrontare i pericoli legati alla pandemia. Nel corso dei recenti meeting, Griffiths ha altresì provato a convincere il governo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, e l’Arabia Saudita a riaprire l’aeroporto internazionale di Sana’a e ad alleggerire le restrizioni sul porto occidentale di Hodeidah, così da trovare un compromesso con il gruppo sciita.

Tuttavia, gli sforzi di Griffiths non hanno portato al risultato auspicato e, negli ultimi mesi della propria missione, le milizie ribelli hanno lanciato una nuova violenta offensiva contro il governatorato di Ma’rib, rischiando di esacerbare una già fragile situazione umanitaria. Alla luce di ciò, il 5 maggio scorso, l’inviato speciale, pur non accusando nessuna delle due parti, ha affermato che la comunità internazionale ha più volte mostrato il proprio sostegno al dossier yemenita, ma ciò non è stato sufficiente a giungere all’accordo desiderato né a porre fine alla guerra, che continua a causare sofferenze per la popolazione civile. Secondo alcuni, ad aver ostacolato gli sforzi di Griffiths vi è stato, da un lato, il rifiuto degli Houthi di tenere colloqui a Muscat, e, dall’altro lato, il crescente ruolo degli USA all’interno del dossier yemenita, dimostrato altresì dalla nomina di un inviato speciale, Timothy Lenderking, il quale ha anch’egli affiancato il delegato onusiano nel corso dei recenti incontri.

Prima di Griffiths sono state due le personalità nominate dalle Nazioni Unite per trovare una soluzione alla crisi in Yemen, Ismaïl Ould Cheikh Ahmed e Jamal Benomar. Nessuno, però, è riuscito a raggiungere l’obiettivo prestabilito. Per risolvere la crisi yemenita, ha più volte evidenziato Griffiths, è necessario che i combattimenti cessino e che le forze ritirino armi e combattenti da postazioni chiave, per poi impegnarsi nella formazione di un governo inclusivo. Il tutto, però, richiede “pazienza e buona fede”. Alcuni sottolineano come l’ultimo inviato si sia contraddistinto per il suo equilibrio e le sue doti diplomatiche, che l’hanno visto ascoltare tutti gli attori dell’arena yemenita, senza limitarsi ai soli governo e ribelli. Tra i risultati più rilevanti raggiunti nel corso del suo mandato vi sono l’accordo di Stoccolma, siglato il 13 dicembre 2018, e il maggior scambio di prigionieri effettuato dall’inizio del conflitto, che risale al 15 ottobre 2020. Ora, diversi analisti temono che la fuoriuscita di Griffiths possa portare nuovamente i negoziati al punto di partenza, azzerando quanto svolto sinora. Altri, invece, ritengono che voltare completamente pagina e ripartire da zero non sia del tutto negativo, se le parti yemenite saranno in grado di stabilire nuovi punti per portare pace in Yemen.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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