Nuovo tentativo turco di aggressione a peschereccio italiano

Pubblicato il 12 maggio 2021 alle 19:04 in Italia Turchia

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Un altro peschereccio della flotta di Mazara del Vallo, il “San Giorgio I”, ha subito, nella giornata di mercoledì 12 maggio, un tentativo di accerchiamento da parte di motopesca turchi. Questi ultimi hanno intimato all’imbarcazione italiana di allontanarsi dalla zona di pesca dove si trovava, in acque internazionali tra la Siria e la Turchia. L’episodio si verifica un giorno dopo l’assalto, con lancio di pietre e speronamento, contro il peschereccio mazarese “Michele Giacalone”, un incidente che aveva coinvolto lo stesso “San Giorno I”.

La notizia è stata confermata all’Ansa dall’armatore Carmelo Gancitano, il quale ha dichiarato, nella mattinata del 12 maggio: “Anche questa mattina il nostro peschereccio ha subito un nuovo tentativo di assalto da parte di alcuni motopesca turchi che lo stavano accerchiando, così il comandante Giuseppe Dell’Arno ha deciso di allontanarsi nuovamente”. Subito dopo l’attacco alla “Michele Giacalone”, l’equipaggio del “San Giorgio I”, che si trovava a poche miglia, aveva deciso di spostarsi dall’area dell’incidente. Tuttavia, ha spiegato Gancitano, “nel Mediterraneo ci sono alcune zone dove i fondali sono profondi e pescosi per il gambero rosso come in quel tratto di mare ed alcune zone di fronte la Libia. Se i nostri motopesca arrivano sino a lì è proprio per lavorare, visto che le nostre campagne sono focalizzate solamente sulla pesca del gambero rosso”. “Per noi rischiare la vita, con le minacce dei sequestri, dei colpi d’arma da fuoco e degli attacchi pirateschi seppur siamo in acque internazionali, è davvero un’assurdità”, ha concluso l’armatore chiedendo alle istituzioni di risolvere la situazione per garantire maggiore sicurezza alle imbarcazioni che pescano in quei tratti di mare. 

L’11 maggio, secondo quanto riferito dalla Marina militare italiana, si era verificato, nelle acque a Nord di Cipro, “un’interazione tra un imprecisato numero di pescherecci turchi e due pescherecci nazionali, Giacalone e San Giorgio I”. “I pescherecci turchi hanno lanciato materiali (pietre e fumogeni) e realizzato manovre cinematiche ravvicinate (una delle quali è sfociata in un contatto con il motopesca Giacalone, che ha riportato danni lievi)”, specificava la nota della Marina militare, riportata da Adnkronos, che aggiungeva: “In area sono intervenuti la fregata Margottini, in attività di pattugliamento a 35 miglia a Sud, inserita nel dispositivo Nato “Sea Guardian”, che ha lanciato il proprio elicottero, e una motovedetta della Guardia Costiera turca, che ha ingaggiato le imbarcazioni turche per indurle a cessare l’azione”. La Marina aveva infine sottolineato che la Margottini avrebbe indotto i pescherecci italiani ad allontanarsi dalla zona e aveva aggiunto che questi ultimi le avrebbero comunicato che si sarebbero ricongiunti ad un altro gruppo di motopesca nazionali operanti 6 miglia più ad Ovest. “Gli interventi della guardia costiera turca e della Marina Militare Italiana sono stati chiaramente di natura de-escalatoria ed hanno consentito di ripristinare il controllo della situazione”, aveva concluso la nota.

Il “Michele Giacalone” si trovava nelle acque tra la Siria e la Turchia dopo che, il 3 maggio scorso, aveva subito un tentativo di abbordaggio da parte dei libici. L’episodio, avvenuto a circa 40 miglia da Bengasi, aveva preso di mira anche altri 8 pescherecci. Tra questi vi era l’Aliseo, che, tre giorni dopo, il 6 maggio, è stato colpito dagli spari della Guardia Costiera Libica a 35 miglia da Misurata. Il comandante, Giuseppe Giacalone, è rimasto ferito ad un braccio. L’imbarcazione si trovava, insieme ad altri pescherecci, sempre della flotta di Mazara del Vallo, in acque che la Libia considera sotto la propria sovranità. La Marina del Paese nordafricano aveva dunque sparato colpi di avvertimento e le aveva ordinato di fermarsi. L’Aliseo, così come l’Artemide, erano però riuscite a sottrarsi all’alt. Secondo la versione delle autorità tripoline, i colpi erano stati effettivamente sparati ma non sarebbero stati indirizzati “contro” i pescherecci italiani, bensì in aria. “Non ci sono stati colpi esplosi contro imbarcazioni, ma colpi di avvertimento in aria”, aveva specificato, in una conversazione telefonica con l’Ansa, il commodoro Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della Marina libica. “C’erano quattro o cinque pescherecci nelle acque territoriali della Libia senza alcun permesso da parte del governo libico”, aveva insistito il portavoce, accusando l’Aliseo e l’Artemide di aver sconfinato nelle acque appartenenti al Paese nordafricano. 

L’episodio più grave si era però verificato il primo settembre 2020, quando due pescherecci siciliani, Antartide e Medinea, erano stati sequestrati da parte di motovedette dei miliziani fedeli al generale libico Khalifa Haftar, a circa 80 miglia al largo di Bengasi. In quell’occasione, i libici che facevano capo ad Haftar, uomo forte di Tobruk, avevano trasferito i membri degli equipaggi in una prigione controllata dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). I 18 marinai erano stati accusati di essere entrati illegalmente nelle acque economiche della Libia, fatto contestato dall’Italia. Dopo 108 giorni, i pescatori italiani erano stati liberati, il 17 dicembre, al termine di una lunga trattativa. Lo aveva annunciato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, mentre si recava verso Bengasi con l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per andare a riprenderli. Tra i 18 membri dell’equipaggio trattenuti nella roccaforte del generale Haftar, 8 erano italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi. La loro liberazione aveva messo fine ad una situazione di stallo politico tra i due Paesi sulla sorte dei marinai. Molti avevano criticato la difficoltà del governo italiano, guidato da Conte, nelle trattative con la controparte libica e gli oppositori politici avevano accusato Di Maio e gli altri ministri di non riuscire a tenere testa al comandante libico.

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Chiara Gentili

di Redazione

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