USA: attacco informatico alla Colonial Pipeline, Mosca sospettata

Pubblicato il 10 maggio 2021 alle 13:06 in Russia USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Un’organizzazione criminale informatica associata alla Russia, DarkSide, è stata accusata, lunedì 10 maggio, di essere responsabile per l’attacco informatico che ha colpito, il 7 maggio, Colonial Pipeline, una delle maggiori società petrolifere statunitensi. La notizia è stata riportata dall’emittente televisiva degli USA, la CNN, citando fonti proprie ed autorevoli.

Gli hacker sarebbero riusciti ad appropriarsi di circa 100 gigabyte di dati riservati della società statunitense, portandola a sospendere temporaneamente tutte le operazioni. A causa di ciò, le autorità di Washington hanno annunciato un’emergenza su scala regionale e l’agenzia di stampa internazionale Bloomberg ha riferito, lo stesso 10 maggio, che tra le conseguenze, l’attacco informatico potrebbe portare all’aumento di prezzo del carburante negli Stati Uniti.

Secondo quanto reso noto dalla Colonial Pipeline, la società, al momento, starebbe tentando di elaborare un piano per riavviare il sistema di gasdotti, i quali sono temporaneamente inattivi al fine di contenere la minaccia informatica. Le linee di comunicazione minori che collegano i terminali e i punti di consegna sono state ripristinate, al contrario di quelle principali. Queste ultime non sono ancora operative per evitare la diffusione di dati sensibili. Colonial Pipeline, in una dichiarazione rilasciata domenica 9 maggio, ha affermato che l’intero sistema informatico sarà riattivato solo quando ci saranno le condizioni opportune per garantire la sicurezza del flusso di dati.

Nel frattempo, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti si sta occupando delle indagini con il supporto del Federal Bureau Industry (FBI) e della Homeland Security. Il dipartimento dei Trasporti degli USA ha reso noto che solo quando le autorità del Paese annunceranno il via libera, i camion cisterna potranno tornare operativi presso i territori costali Orientali e del Golfo. Tali misure sono state applicate ai mezzi che trasportano benzina, diesel, carburante per aerei e altri prodotti petroliferi raffinati in Alabama, Arkansas, Distretto di Columbia, Delaware, Florida, Georgia, Kentucky, Louisiana, Maryland, Mississippi, New Jersey, New York, North Carolina, Pennsylvania, Carolina del Sud, Tennessee, Texas e Virginia.

L’attacco, annunciato il 7 maggio, ha costretto la società americana a bloccare il sistema di pipeline lungo 8.850 km che garantisce quasi metà degli approvvigionamenti di carburante dell’East Coast degli Stati Uniti. Questo ha paralizzato le forniture per 2,5 milioni di barili al giorno di benzina, diesel e altri prodotti petroliferi, diretti dalle raffinerie del Golfo del Messico verso l’area di New York e verso importanti centri del Sud degli Usa, compreso l’aeroporto di Atlanta, il più trafficato al mondo per il numero di passeggeri. Come è stato anticipato, è importante sottolineare che, sebbene l’attacco sia avvenuto nella serata di venerdì 7 maggio, la vicenda è stata resa pubblica quasi ventiquattr’ore dopo, quando la Colonial Pipeline è stata costretta a comunicare il blocco di «alcuni sistemi per contenere la minaccia». 

Non è la prima volta che la Russia è accusata di perpetrare attacchi informatici contro gli Stati Uniti. A tal proposito, è opportuno fare riferimento all’ingerenza russa nelle elezioni statunitensi del 3 novembre 2020 e ai cyber-attack condotti contro la società USA SolarWinds Corp. In precedenza, il 16 marzo, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI) USA, Avril Haines, aveva emanato la versione declassificata dell’Intelligence Community Assessment in cui la Russia era stata definita come “minaccia straniera” a causa dell’interferenza nelle elezioni federali statunitensi del 2020. Inoltre, Washington ritiene Mosca colpevole anche per l’attacco informatico al software della società USA SolarWinds Corp. La Casa Bianca sostiene che, attraverso l’attacco, gli hacker abbiano avuto accesso ai dati di migliaia di aziende e società statunitensi. Tuttavia, Mosca ha sempre negato il suo coinvolgimento.

Per contrastare la “minaccia russa”, gli Stati Uniti hanno varato, il 15 aprile, una nuova ondata di sanzioni. Oltre a inserire nella lista nera 32 società russe, Washington ha altresì espulso 10 diplomatici russi e ha imposto una serie di limitazioni per il mercato del debito sovrano di Mosca. Riguardo a quest’ultimo punto, l’ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha autorizzato la Casa Bianca a sanzionare qualsiasi settore dell’economia russa, con la possibilità di limitare la capacità di Mosca di emettere titoli di debito sovrano. Inoltre, la misura ha vietato agli istituti finanziari statunitensi di prendere parte al mercato primario delle obbligazioni sovrane russe denominate in rubli, a partire dal 14 giugno. Il giorno seguente, 16 aprile, Mosca ha risposto dichiarando “persona non grata” 10 diplomatici statunitensi. La Russia non si è limitata solo a questo, ma ha altresì suggerito all’ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, John Sullivan, di rientrare a Washington per “consultazioni serie”, dopo aver inserito dieci alti funzionari della presente e delle passate amministrazioni presidenziali nella lista nera delle persone che non possono entrare in Russia. Più tardi, il 20 aprile, Sullivan, è stato convocato a Washington per consultazioni. Il giorno seguente, il 21 aprile, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha dichiarato “persona non grata” 10 diplomatici statunitensi, ordinando loro di lasciare il Paese entro il 22 maggio.

I rapporti tra Russia e Stati Uniti, fondamentali per la sicurezza e la stabilità globale, stanno attraversando un periodo difficile a causa dei diversi approcci dei due Paesi su una serie di importanti questioni internazionali, tra cui la situazione in Medio Oriente, in particolare riguardo la Siria, l’Afghanistan, l’Ucraina e il Donbass. Un altro punto di attrito include gli accordi sul nucleare e sul controllo degli armamenti. Nonostante l’amministrazione Biden abbia approvato, il 3 febbraio, il rinnovo del Trattato New START sulla riduzione degli arsenali nucleari, Washington si è ritirata dal Trattato sui Cieli Aperti il 22 novembre 2020, citando presunte violazioni di Mosca. Da parte sua, la Russia ha altresì annunciato, lo scorso 15 gennaio, la volontà di uscire dall’accordo, significativamente compromesso dall’assenza degli USA. Inoltre, il 4 maggio, il governo della Federazione Russa ha approvato la proposta per denunciare il Trattato sui Cieli Aperti.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.