Myanmar: le conseguenze della crisi sulle aziende straniere

Pubblicato il 10 maggio 2021 alle 6:41 in Asia Myanmar

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I due mesi successivi alla presa di potere da parte dell’Esercito in Myanmar, il primo febbraio scorso, hanno determinato danni economici al Paese più gravi di quelli provocati da un anno di pandemia di coronavirus, secondo una ricerca condotta tra aziende che operano nel Paese e riportata da The Diplomat il 7 maggio.

In particolare, dieci camere di commercio straniere in Myanmar hanno intervistato 372 aziende diverse sull’impatto delle ultime vicende politiche che hanno caratterizzato il Paese. Tra i partecipanti vi sono state 182 aziende giapponesi, 117 provenienti da Nazioni occidentali, 54 locali e 17 dai Paesi del Sud-Est Asia. I dati della ricerca sono  relativi al periodo che va dal primo febbraio al 9 aprile scorso.

Dal sondaggio è emerso che il 13% dei partecipanti hanno cessato tutte le proprie attività dal primo febbraio scorso. Un terzo delle aziende, invece, ha subito una riduzione delle proprie attività del 75% e oltre, il 21% ha assistito ad un ridimensionamento tra il 50% e il 75%. Infine, solamente il 5% tra i partecipanti hanno affermato che la crisi in corso nel Paese non ha avuto alcun impatto sulle proprie attività. Tra i principali impatti della situazione delineatasi in Myanmar dal primo febbraio scorso vi sarebbero stati l’interruzione dei servizi bancari e di pagamento per il 77% degli intervistati, l’interruzione della connessione a Internet nel 70% dei casi e l’impossibilità di viaggiare liberamente per i propri impiegati per il 65% delle aziende partecipanti al sondaggio. Rispetto alle prospettive per il 2021, il 33% degli intervistati ha affermato che manterrà le proprie operazioni nel Paese senza eseguire ulteriori investimenti, il 15% ridurrà progressivamente le operazioni in Myanmar mente il 39% aspetterà di vedere l’evoluzione dei prossimi mesi.

Nella ricerca è stato stimato che, nei prossimi mesi, saranno terminati ulteriori contratti di impiego e saranno attuata riduzioni salariali. Tutto ciò, a detta dei redattori della ricerca, produrrà una crisi sociale di lungo termine, una riduzione generale del potere d’acquisto e degli standard di vita dei lavoratori, così come un grave aumento del tasso di disoccupazione nei prossimi mesi. Prima delle dieci camere di commercio anche altri enti avevano eseguito ricerche sugli effetti economici degli sconvolgimenti interni al Myanmar e la Banca Mondiale ha stimato una contrazione economica del 10% circa.

 Il primo febbraio scorso, L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile fino a quel momento al governo, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo con a capo Aung San Suu Kyi. 

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. Da un lato, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza e che, ad oggi, avrebbero causato oltre 772 morti, secondo quanto riferito dall’associazione locale nota come Assistance Association for Political Prisoners. Le stime fornite dalla giunta militare al potere sarebbero inferiori e, al 15 aprile, erano di 248 morti. Dall’altro lato, oltre agli scontri con i manifestanti, l’Esercito avrebbe ripreso a combattere contro alcuni gruppi di ribelli appartenenti a diverse etnie che, per anni, hanno lottato contro il governo centrale per ottenere maggiore autonomia. 

Il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste contro la giunta militare al potere in corso in Myanmar e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GNU). L’organo è stato poi dichiarato illegale dalla giunta militare al potere il 20 aprile ma i suoi componenti hanno continuato a chiedere che esso venga riconosciuto come l’esecutivo legittimo del Myanmar. Lo scopo annunciato dal governo di unità nazionale è quello di sbarazzarsi dell’ordine militare, ripristinare la democrazia e istituire un’unione federale democratica. Il 5 maggio scorso, il GNU ha annunciato di aver formato un proprio corpo armato, la Forza di difesa del popolo, per proteggere i propri sostenitori dagli attacchi e dalle violenze militari, promossi dalla giunta militare al potere.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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