L’intervento italiano per pacificare il Nord del Mali

Pubblicato il 10 maggio 2021 alle 20:24 in Italia Mali

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Appena un mese dopo la sua visita in Mali, il 6 maggio, il ministro degli Affari Esteri italiano, Luigi di Maio, ha incontrato il ministro dei Maliani all’Estero e dell’Integrazione Africana, Al Hamdou Ag Ilène, con il quale ha presenziato alla firma di un accordo di pace tra le comunità del Nord del Mali. 

La notizia è stata riportata dal sito ufficiale della Farnesina, in una nota pubblicata il 7 maggio. L’8 maggio, immagini della firma dell’intesa tra i rappresentanti delle comunità tuareg maliane sono inoltre circolate sui social media. Secondo quanto riferito dal Ministero degli Esteri, al centro del colloquio tra Di Maio e Al Hamdou Ag Ilène c’è stata la collaborazione in materia migratoria e di sicurezza, tema oggetto di una Dichiarazione congiunta firmata dai due ministri.

La dichiarazione congiunta si inserisce nel “contesto di un rafforzamento della collaborazione bilaterale mirata al contrasto al traffico di migranti”. Nel documento, l’Italia si impegna a supportare le autorità maliane nel miglioramento della gestione dei flussi migratori irregolari, tramite la promozione di apposite campagne informative, la fornitura di servizi di assistenza e protezione per migranti in stato di necessità in Mali e tramite lo sviluppo di opportunità di reintegrazione economica per i cittadini maliani delle regioni interessate. Per quanto riguarda la situazione politica interna del Mali, il ministro Di Maio ha espresso l’auspicio di un rilancio del processo di pace di Algeri. Il titolare della Farnesina ha poi ringraziato il ministro maliano per il gradimento concesso al nuovo Ambasciatore d’Italia a Bamako, che potrà essere presto operativo. Al termine del colloquio, i due Ministri hanno presenziato alla firma dell’intesa di pace tra le comunità del Nord del Mali.

L’intesa è di particolare importanza per stabilizzare il Paese, interessato da grandi sconvolgimenti nell’ultimo periodo. Il 13 aprile, un gruppo di uomini armati ha ucciso Sidi Brahim Ould Sidati, il leader di una coalizione di indipendentisti tuareg e nazionalisti arabi del Mali, che aveva firmato l’accordo di pace di Algeri del 2015, un’intesa di estrema importanza per la regione, che aveva messo fine ad un conflitto separatista scoppiato Nord del Paese. Sidi Brahim Ould Sidati, presidente del Coordinamento dei Movimenti Azawad (CMA), tuttavia è stato ucciso nella capitale del Mali, Bamako, la mattina del 13 aprile, secondo quanto ha riferito il portavoce del CMA, Almou Ag Mohamed. L’uomo era stato portato in un ospedale ma è deceduto poche ore dopo a causa delle ferite. Tale violenza va a sommarsi ad una generale instabilità, poiché il Mali sta attraversando un fragile momento di transizione, a seguito di un colpo di Stato militare che ha rovesciato il presidente Ibrahim Boubacar Keita, il 19 agosto 2020.

In tale contesto, l’omicidio di Sidi Brahim Ould Sidati ha rischiato di mettere in discussione la tenuta dell’accordo di pace del 2015, che Ould Sidati stesso aveva firmato per conto del CMA, un’organizzazione ombrello di gruppi separatisti tuareg e arabi. “Questo assassinio avrà un impatto forte sul processo di pace, dato il suo ruolo e il suo impegno”, aveva riferito Redouwane Ag Mohamed Ali, un altro portavoce del CMA, poco dopo l’assassinio. Inoltre, la sicurezza del Paese, già in bilico a causa della crescente minaccia islamista, si basa anche sul delicato equilibrio con le comunità etniche locali. Per esempio, le unità del CMA controllano le postazioni avanzate di Tinzaouatine e In-Khalil e gestiscono diversi posti di blocco nel deserto di Adrar des Ifoghas. 

In tale contesto, è importante sottolineare il ruolo del CMA, che aveva combattuto contro le forze del governo maliano nel Nord del Paese, nella storia recente della regione. Nel 2012, il Movimento per la Liberazione dell’Azawad, aveva dichiarato l’indipendenza dell’omonima regione, facendo iniziare una lunga crisi in Mali. Tuttavia, i gruppi jihadisti avevano approfittato della ribellione per insediarsi nella regione del Sahel, contribuendo al deterioramento del già fragile quadro di sicurezza. Il 15 maggio 2015 il Governo del Mali, guidato dall’allora presidente ad interim Dioncunda Traoré, aveva firmato un accordo di cessate il fuoco con numerose fazioni ribelli a Bamako, capitale del Mali. Tuttavia, all’appello mancavano i componenti della ribellione tuareg, ovvero il Movimento di Liberazione Nazionale per l’Azawad (MLNA), l’Alto Consiglio per l’Unità dell’Azawad (HCUA) e il Movimento Arabo dell’Azawad (MAA), i quali volevano che l’accordo fosse sottoposto ad ulteriori discussioni. Il 20 giugno 2015 anche i ribelli hanno firmato l’intesa.

La pace di Algeri prevede, tra le altre cose, la creazione di assemblee regionali dotate di alcuni poteri delegati dal Governo centrale, l’inclusione dei combattenti ribelli nell’esercito e una loro maggiore rappresentanza nelle istituzioni. Tuttavia, nell’intesa non è stata concessa né autonomia né federalismo al territorio dell’Azawad, come chiedevano i gruppi separatisti. Nonostante questo accordo, hanno continuato ad esserci attacchi da parte sia dei ribelli sia dei gruppi jihadisti, andando a sottolineare ulteriormente la difficoltà nel riuscire a rispettare la tregua. A proposito dell’intesa in questione, il 10 febbraio 2021, i firmatari dell’accordo di pace di Algeri, si erano incontrati, per la prima volta dopo l’intesa, nella città settentrionale di Kidal, un’ex roccaforte dei ribelli. Insieme ai firmatari della pace, avevano partecipato anche i diplomatici dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e i rappresentanti dell’Algeria e del Mali. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, aveva dichiarato ai partecipanti che la conferenza di Kidal è la prova di una recente “svolta positiva” nell’affrontare la violenza nella regione del Sahel. 

Per quanto riguarda il ruolo crescente dell’Italia in quest’area dell’Africa, è importante sottolineare che a metà marzo di quest’anno, Roma ha cominciato a partecipare alla “Task Force Takuba”, operativa in Mali da marzo del 2020. L’operazione era stata istituita dalla Francia e da altri 13 Paesi europei ed è finalizzata a contrastare le attività dei gruppi armati nella regione dell’Africa occidentale e del Sahel, in coordinamento con gli eserciti del Mali e del Niger. La missione sarà composta dalle forze speciali dei diversi Stati. I Paesi coinvolti, a parte l’Italia, sono Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. In Italia, l’operazione è stata approvata con il Decreto Missioni del 16 luglio 2020, durante il governo guidato dall’ex premier Giuseppe Conte. Secondo l’allora ed attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, la partecipazione dell’Italia alla task force internazionale contro il terrorismo rappresenta “un tassello di un impegno italiano più ampio nella regione”. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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