Gerusalemme: uno dei giorni più violenti alla moschea di al-Aqsa

Pubblicato il 10 maggio 2021 alle 17:28 in Israele Palestina

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Sono centinaia i feriti registrati, lunedì 10 maggio, a seguito degli scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliana presso la moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme.

Le tensioni si collocano in un quadro più ampio, che vede palestinesi e forze israeliane scontrarsi dagli inizi del mese di maggio, a causa degli sfratti nel quartiere di Sheikh al-Jarrah, a Gerusalemme Est. Nonostante le violenze dei giorni precedenti, il 10 maggio, Israele ha deciso di celebrare la cosiddetta “Giornata di Gerusalemme”, in cui si ricorda il momento in cui Gerusalemme Est venne occupata e annessa ai territori di Israele, nel 1967. Dopo aver schierato circa 3.000 soldati, le forze israeliane hanno preso d’assalto il compound della moschea di al-Aqsa, impiegando proiettili di gomma, granate e gas lacrimogeni per allontanare i fedeli radunatisi presso il luogo sacro. Tuttavia, a detta di fonti sul posto, il tentativo è fallito, sebbene siano stati riportati ingenti danni. Secondo gli ultimi dati forniti dal servizio di emergenza della Mezzaluna Rossa Palestinese, sono state circa 305 le persone rimaste ferite durante gli scontri presso la moschea di al-Aqsa, nella sola giornata del 10 maggio. Di questi, 228 sono stati trasferiti negli ospedali vicini. Anche le forze di polizia israeliana hanno dichiarato che 28 dei propri agenti sono stati feriti.

Contemporaneamente, anche la porta di Damasco, la Spianata delle Moschee e altri quartieri della Città Vecchia di Gerusalemme sono stati teatro di scontri e violenze. La polizia israeliana, da parte sua, ha cambiato il percorso di una controversa marcia degli ultranazionalisti ebrei a Gerusalemme, in un apparente tentativo di evitare confronti con i manifestanti palestinesi. Il percorso originale prevedeva di passare attraverso la Porta di Damasco e nel quartiere musulmano della Città vecchia e fino al Muro occidentale. Successivamente, il percorso è stato modificato per raggiungere il Muro occidentale, nel quartiere ebraico, in modo più indiretto.

Stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed nel pomeriggio del 10 maggio, anche a Sheikh Jarrah, il clima di tensione è sempre più acceso. Qui, le forze israeliane sono state viste arrivare accompagnate da alcuni membri della Knesset, il Parlamento israeliano, e membri del governo, per poi scontrarsi con gli abitanti locali.

Nel frattempo, aumentano le voci di condanna a livello internazionale. A tal proposito, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha esortato Israele, definito uno “Stato di apartheid”, a porre fine ai propri attacchi “atroci” e ha affermato che le violenze di Gerusalemme rappresentano un attacco contro tutti i musulmani. Motivo per cui, salvaguardare l’onore di Gerusalemme è un dovere di ogni musulmano. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha precedentemente invitato Israele ad esercitare moderazione e a rispettare il diritto di riunirsi pacificamente, oltre a porre fine a sfratti e demolizione di abitazioni.

Un clima di tensione aveva già caratterizzato Gerusalemme Est dal 12 al 26 aprile, quando gruppi di palestinesi hanno protestato rifiutando il divieto, imposto da Israele, di radunarsi nelle aree dove si è soliti incontrarsi durante il mese sacro di Ramadan, come la moschea di al-Aqsa. Sin dal posizionamento delle barricate da parte della polizia israeliana, ogni notte i giovani palestinesi sono scesi per le strade della città, fino a quando, il 26 aprile, le forze di polizia israeliana hanno riaperto l’area circostante alla Porta di Damasco, a Gerusalemme, uno dei principali accessi alla Spianata delle moschee situata nella Città Vecchia.

Poi, il 2 maggio, la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni a Sheikh Jarrah entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. È stata la decisione della Corte Suprema ad alimentare la rabbia dei palestinesi, scesi in piazza nei giorni successivi per protestare, nel quadro di manifestazioni dal risvolto violento.

La disputa tra israeliani e palestinesi su Sheikh Jarrah ha avuto inizio nel 1956, quando 28 famiglie di profughi palestinesi, sfollate dalle loro case nelle città costiere di Yafa e Haifa otto anni prima, si sono stabilite nell’area di Karm al-Jaouni a Sheikh Jarrah. In quel periodo, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, era sotto il mandato della Giordania, che aveva raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNRWA) per costruire unità abitative per queste famiglie. L’accordo prevedeva che le famiglie rinunciassero al loro status di rifugiato in cambio di atti fondiari firmati a loro nome dopo tre anni di residenza nella zona. Tuttavia, ciò non è stato mai portato a termine e nel 1967 la Giordania ha perso il suo mandato, lasciando Gerusalemme Est sotto il controllo di Israele, in una mossa non riconosciuta da parte della comunità internazionale.

Negli anni successivi la questione è rimasta irrisolta. Da un lato, la comunità ebraica afferma che le proprie famiglie hanno perso i territori contesi nel corso della guerra arabo-israeliana del 1948 e ora ne reclamano il possesso. Dall’altro lato, le famiglie palestinesi coinvolte hanno fornito prove sull’acquisizione delle proprie abitazioni da parte delle autorità giordane poste a controllo di Gerusalemme Est dal 1948 al 1967. In generale, la popolazione palestinese desidera preservare la capitale del proprio Stato futuro, Gerusalemme Est, e impedire a Israele di cacciare la comunità araba dalla città.

Secondo il diritto internazionale, il sistema giudiziario israeliano non ha autorità legale sulla popolazione residente nei territori occupati. Tuttavia, la Corte Suprema ha riferito che se le parti non riescono a raggiungere un compromesso, sarà essa stessa a decidere se i palestinesi potranno fare appello alla decisione del tribunale distrettuale. Un processo di appello potrebbe richiedere anni. Nonostante ciò, il 6 maggio, le famiglie palestinesi hanno rifiutato la proposta di un accordo transattivo, in base al quale avrebbero dovuto riconoscere i “coloni israeliani” come proprietari dei terreni dove sono costruite le loro abitazioni, in cambio di un’estensione della scadenza entro cui dover andar via. Ad ogni modo, i palestinesi non accettano di pagare il canone d’affitto a israeliani, a cui dover poi cedere le loro abitazioni, e si sono detti in attesa della decisione finale della Corte. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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