Scontri polizia israeliana e palestinesi alla moschea Al-Aqsa

Pubblicato il 8 maggio 2021 alle 9:01 in Israele Palestina

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Oltre 170 palestinesi sono rimasti feriti in scontri violenti con la polizia israeliana nei pressi della moschea Al-Aqsa, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la sera del 7 maggio.

Il servizio di emergenza della Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito di aver soccorso almeno 163 persone ferite negli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme, di cui 88 ricoverate in ospedale. L’agenzia di stampa Reuters ne ha registrate almeno 178. Le autorità israeliane hanno reso noto che 6 agenti di polizia sono rimasti feriti. Nella mattinata del 7 maggio, migliaia di fedeli palestinesi si sono recati nella moschea per celebrare l’ultimo venerdì del Ramadan e molti di questi sono rimasti nel pomeriggio e hanno avviato una serie di proteste, a sostegno dei palestinesi di Gerusalemme Est, residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah, che hanno ricevuto un ordine di sfratto dalle proprie case, rivendicate da cittadini ebrei.

La tensione durante la giornata del 7 maggio è continuata a salire ed è culminata in serata, quando alcuni palestinesi hanno condiviso video girati all’interno della moschea di Al-Aqsa, in cui si vedono le forze di polizia israeliane che sparano granate assordati e riempiono il luogo sacro di fumo. Dagli altoparlanti della moschea, lo sceicco Omar al-Kiswani, direttore di Al-Aqsa, ha invitato la polizia israeliana a fermare l’offensiva e a ritirarsi dal cortile: “La polizia deve smettere immediatamente di sparare granate assordanti contro i fedeli, e i giovani devono calmarsi e tacere!”. Tuttavia, gli scontri tra palestinesi all’interno della moschea e forze armate israeliane sono continuati per ore.

Intanto, Ismail Haniya, capo dell’ufficio politico di Hamas, ha messo in guardia sulle “conseguenze dell’aggressione” contro il luogo sacro. Secondo quanto riferito dai media palestinesi, Haniya avrebbe contattato un certo numero di funzionari della regione chiedendo il loro sostegno per resistere agli attacchi contro i fedeli palestinesi riuniti ad Al-Aqsa. La moschea, insieme alla Cupola della Roccia, costituisce l’al-Haram al-Sharif, considerato dall’Islam sunnita il terzo sito più sacro del mondo islamico dopo la Kaʿba e la Moschea del Profeta di Medina. Un altro membro dell’ufficio politico di Hamas, Mahmoud al-Zahhar, ha condannato i leader arabi per essere rimasti “in silenzio mentre guardano l’attacco alla moschea di Al-Aqsa” e ha aggiunto che l’unica soluzione alla situazione a Gerusalemme è la “resistenza armata”.

Tuttavia, già la sera del 7 maggio, alcuni alti funzionari turchi hanno condannato il raid delle forze armate israeliane dentro la moschea di Al-Aqsa. “È disumano per Israele prendere di mira gli innocenti che pregano durante il Santo Ramadan ”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, riferendosi al mese sacro musulmano. “Saremo sempre a fianco della giusta causa del popolo della Palestina”, ha aggiunto Cavusoglu, augurando una pronta guarigione ai feriti nel raid israeliano. Anche il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha lanciato un appello a supporto dei palestinesi, esortando le nazioni musulmane a sostenerli. “Il declino del regime sionista è iniziato e non si fermerà”, ha dichiarato Khamenei in un discorso televisivo, mentre l’Iran celebra il proprio “al-Quds Day”, il giorno in cui si celebra Gerusalemme. Si tratta di una festa nazionale iraniana in cui si protesta contro Israele e a favore della liberazione dei Territori Palestinesi.

La tensione a Gerusalemme continua a crescere dall’inizio del mese di maggio, a causa degli sfratti nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. La questione ha avuto inizio il 2 maggio, quando la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. Questi sono tutti residenti a Sheikh Jarrah, un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica.

Secondo il diritto internazionale, il sistema giudiziario israeliano non ha autorità legale sulla popolazione residente a Gerusalemme Est, che è considerato uno dei territori occupati da Israele, poiché questo è stato conquistato con un conflitto, a seguito della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Tuttavia, la Corte Suprema israeliana ha riferito che se le parti non riescono a raggiungere un compromesso, sarà essa stessa a decidere se i palestinesi potranno fare appello alla decisione del tribunale distrettuale. Un processo di appello potrebbe richiedere anni. Nonostante ciò, il 6 maggio, le famiglie palestinesi hanno rifiutato la proposta di un accordo transattivo, in base al quale avrebbero dovuto riconoscere i “coloni israeliani” come proprietari dei terreni dove sono costruite le loro abitazioni, in cambio di un’estensione della scadenza entro cui dover andar via. Ad ogni modo, i palestinesi non accettano di pagare il canone d’affitto a israeliani, a cui dover poi cedere le loro abitazioni, e si sono detti in attesa della decisione finale della Corte.  

Intanto, i palestinesi sono scesi in piazza a più riprese per protestare, con il verificarsi di violenti scontri con le forze di polizia israeliane. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, nella notte tra il 5 e il 6 maggio, circa 22 palestinesi sono rimasti feriti, mentre altri 11 sono stati arrestati. Alla luce della nuova ondata di violenza, la quale fa seguito a quella scoppiata sempre a Gerusalemme con l’inizio del mese di Ramadan, il coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, il 6 maggio, ha espresso preoccupazione per quanto accade in Cisgiordania e, in particolare, a Gerusalemme Est. Wennesland ha fatto riferimento anche ad altri episodi che hanno visto due palestinesi uccisi in soli due giorni per mano delle forze di sicurezza israeliane. Alla luce di ciò, Israele è stato esortato ad esercitare “forza letale” solo in caso di necessità e per proteggere vite, ed è stato invitato a porre fine a sfratti e demolizioni a Sheikh Jarrah e in altri quartieri di Gerusalemme Est, nel rispetto degli obblighi stabiliti dal Diritto umanitario internazionale.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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