Sale la tensione nel Donbass, 5 militari uccisi

Pubblicato il 7 maggio 2021 alle 14:36 in Russia Ucraina

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Le forze armate dell’Ucraina nel Donbass hanno annunciato, venerdì 7 maggio, l’aumento delle violazioni del cessate il fuoco e la morte di 2 soldati ucraini. Dall’altra parte, le forze separatiste hanno reso noto che 3 militari sono rimasti uccisi durante i bombardamenti di Kiev. 

Secondo quanto reso noto dalle Joint Forces Operation (JFO) dell’Ucraina, durante la giornata del 6 maggio sono state registrate, in totale, 16 violazioni del cessate il fuoco. Inoltre, le JFO hanno riferito che dalla mezzanotte del 7 maggio alle 7.00 del mattino sono state riportate altre 5 violazioni dell’accordo. L’agenzia stampa di Kiev, Unian, ha affermato che gli attacchi sono avvenuti nei pressi del villaggio di Pisky, dove due militari ucraini sono rimasti uccisi nei bombardamenti condotti dai separatisti filorussi. Questi ultimi si sarebbero serviti di lanciagranate, mitragliatrici pesanti e fucili automatici, nonché mortai da 120 mm e da 82 mm, andando contro le disposizioni degli Accordi di Minsk. Nel rapporto, è stato anche reso noto che i separatisti hanno colpito i villaggi di Luhanske, Pivdenne, Pyshchevyk, Talakivka, Novotoshkivske, Zaitseve, nel Donbass. Le violazioni sono state segnalate ai rappresentanti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) tramite il Centro Comune per il Controllo e il Coordinamento (JCCC) per il cessate il fuoco nel Donbass. L’Esercito dell’Ucraina, secondo quanto riferito dalla stampa locale, ha dichiarato che la situazione è sotto controllo.

Dall’altra parte, l’ufficio stampa dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk ha riferito, il 7 maggio, di aver registrato tre vittime durante i bombardamenti iniziati dalle forze armate dell’Ucraina.

Gli accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OCSE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno degli insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati Onu, sono circa 13.000 le vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est. Tuttavia, anche dopo gli accordi di pace, le parti continuano a perpetrare il conflitto.

Nel frattempo, lo stesso 7 maggio, il portavoce di Kiev, Andriy Yermak, ha annunciato che a maggio i leader del Quartetto Normandia, quali Ucraina, Germania, Francia e Russia, si potrebbero incontrare formalmente di persona. Altrettanto rilevante è sottolineare che il giorno precedente, il 6 maggio, il segretario di Stato degli USA, Anthony Blinken, ha incontrato il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, a Kiev. I due funzionari hanno discusso della sicurezza nel Donbass e nelle aree del Mar Nero e Mar d’Azov, il gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 e le riforme da attuare in Ucraina per favorire l’ingresso alla NATO.

Ad oggi, la situazione nella Donbass è tornata ad essere critica dal 26 marzo 2021, quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nella regione. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass. Gli attacchi sono continuati e, il 12 aprile, l’esercito ucraino ha bombardato il villaggio urbano di Oleksandrivka, situato nel Nord-ovest dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR). In tale data i separatisti non hanno registrato nessuna vittima mentre l’Esercito di Kiev ha dichiarato di aver perso un soldato.

A seguito di quanto accaduto il 12 aprile, il presidente dell’Ucraina ha invitato l’omologo statunitense, Joe Biden, ad intensificare il sostegno militare e a favorire il rapido ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. L’Unione Europea, la NATO ed altre istituzioni internazionali stanno monitorando da vicino il peggioramento della situazione nell’Ucraina dell’Est, con particolare attenzione ai movimenti delle truppe russe lungo la linea di contatto. L’UE ha chiesto alle autorità russe di astenersi da qualsiasi azione che possa portare all’aggravamento delle tensioni.

A partire dall’ultima settimana di marzo, la Russia ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona.  Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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