Gerusalemme, ancora tensioni a Sheikh Jarrah: le famiglie palestinesi rifiutano un accordo

Pubblicato il 7 maggio 2021 alle 9:59 in Israele Palestina

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Dopo che anche le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione di fronte alle crescenti tensioni nel quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, le famiglie palestinesi, a cui è stato chiesto di abbandonare le proprie abitazioni, hanno rifiutato un accordo con la controparte israeliana.

La questione ha avuto inizio il 2 maggio, quando la Corte Suprema Israeliana ha ordinato a quattro famiglie, composte da 30 adulti e 10 bambini, di abbandonare le proprie abitazioni entro il 6 maggio, mentre ad altri nuclei familiari è stato concesso di rimanere fino al primo agosto prossimo. In totale sono 58 gli abitanti, di cui 17 minori, costretti ad evacuare, presumibilmente per dare maggiore spazio a un insediamento israeliano. Questi sono tutti residenti a Sheikh Jarrah, un quartiere residenziale situato a meno di un chilometro dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, che Israele ritiene appartenga alla comunità ebraica.

La decisione della Corte Suprema ha alimentato la rabbia dei palestinesi, scesi in piazza nei giorni successivi per protestare, il che ha provocato violenti scontri con le forze di polizia israeliane. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, nella notte tra il 5 e il 6 maggio, circa 22 palestinesi sono rimasti feriti, mentre altri 11 sono stati arrestati. Alla luce della nuova ondata di violenza, la quale fa seguito a quella scoppiata sempre a Gerusalemme con l’inizio del mese di Ramadan, il coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, il 6 maggio, ha espresso preoccupazione per quanto accade in Cisgiordania e, in particolare, a Gerusalemme Est. Wennesland ha fatto riferimento anche ad altri episodi che hanno visto due palestinesi uccisi in soli due giorni per mano delle forze di sicurezza israeliane. Alla luce di ciò, Israele è stato esortato ad esercitare “forza letale” solo in caso di necessità e per proteggere vite, ed è stato invitato a porre fine a sfratti e demolizioni a Sheikh Jarrah e in altri quartieri di Gerusalemme Est, nel rispetto degli obblighi stabiliti dal Diritto umanitario internazionale.

La disputa tra israeliani e palestinesi su Sheikh Jarrah va avanti da anni e ha già visto diverse famiglie palestinesi costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. La vicenda ha avuto inizio nel 1956, quando 28 famiglie di profughi palestinesi, sfollate dalle loro case nelle città costiere di Yafa e Haifa otto anni prima, si sono stabilite nell’area di Karm al-Jaouni a Sheikh Jarrah. In quel periodo, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, era sotto il mandato della Giordania, che aveva raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNRWA) per costruire unità abitative per queste famiglie. L’accordo prevedeva che le famiglie rinunciassero al loro status di rifugiato in cambio di atti fondiari firmati a loro nome dopo tre anni di residenza nella zona. Tuttavia, ciò non è stato mai portato a termine e nel 1967 la Giordania ha perso il suo mandato, lasciando Gerusalemme Est sotto il controllo di Israele, in una mossa non riconosciuta da parte della comunità internazionale.

Negli anni successivi la questione è rimasta irrisolta. Da un lato, la comunità ebraica afferma che le proprie famiglie hanno perso i territori contesi nel corso della guerra arabo-israeliana del 1948 e ora ne reclamano il possesso. Dall’altro lato, le famiglie palestinesi coinvolte hanno fornito prove sull’acquisizione delle proprie abitazioni da parte delle autorità giordane poste a controllo di Gerusalemme Est dal 1948 al 1967. In generale, la popolazione palestinese desidera preservare la capitale del proprio Stato futuro, Gerusalemme Est, e impedire a Israele di cacciare la comunità araba dalla città.

Secondo il diritto internazionale, il sistema giudiziario israeliano non ha autorità legale sulla popolazione residente nei territori occupati. Tuttavia, la Corte Suprema ha riferito che se le parti non riescono a raggiungere un compromesso, sarà essa stessa a decidere se i palestinesi potranno fare appello alla decisione del tribunale distrettuale. Un processo di appello potrebbe richiedere anni. Nonostante ciò, il 6 maggio, le famiglie palestinesi hanno rifiutato la proposta di un accordo transattivo, in base al quale avrebbero dovuto riconoscere i “coloni israeliani” come proprietari dei terreni dove sono costruite le loro abitazioni, in cambio di un’estensione della scadenza entro cui dover andar via. Ad ogni modo, i palestinesi non accettano di pagare il canone d’affitto a israeliani, a cui dover poi cedere le loro abitazioni, e si sono detti in attesa della decisione finale della Corte.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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