Colloqui di Vienna: l’accordo è sempre più vicino

Pubblicato il 7 maggio 2021 alle 17:25 in Europa Iran USA e Canada

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Si è concluso, venerdì 7 maggio, il quarto round dei colloqui volti a rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Fonti interne dichiarano che una nuova intesa potrebbe essere raggiunta entro la prima metà di giugno.

In particolare, un corrispondente di al-Jazeera ha affermato che i partecipanti al meeting si sono detti intenzionati a proseguire con l’elaborazione di un accordo, il quale verrà redatto nei prossimi colloqui di natura tecnica. La notizia è stata confermata anche dal Ministero degli Esteri iraniano, secondo cui tutti i partecipanti hanno ribadito la volontà di giungere a un’intesa nel minor tempo possibile. I negoziati hanno avuto inizio a Vienna il 6 aprile scorso e fin da subito è stato messo in luce un “cauto ottimismo”, nonostante le perduranti divergenze tra i due attori chiave, l’Iran e gli Stati Uniti. Ad oggi non è stato ancora registrato alcun risultato concreto che possa mettere fine alla questione sul nucleare iraniano, né tantomeno è stata stabilita una data entro cui porre fine ai colloqui.

Questi ultimi vedono la partecipazione di una “Commissione mista”, composta da delegati provenienti da Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA, guidata dall’inviato speciale statunitense in Iran, Robert Malley, si è recata a Vienna sin da aprile, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti. Come specificato da al-Arabiya, negli ultimi incontri sono state formate tre commissioni di lavoro distinte, volte a determinare le sanzioni statunitensi da revocare, gli obblighi nucleari a cui l’Iran dovrà adempiere e a coordinare le mosse di ciascuna parte.

Al termine dell’ultimo round, Mikhail Ulyanov, ambasciatore russo a Vienna, ha affermato che i prossimi incontri potrebbero essere quelli conclusivi e riguarderanno la riattivazione del piano di lavoro congiunto sul dossier sul nucleare iraniano. Tuttavia, i partecipanti, ha dichiarato Ulyanov, sono disposti a rimanere a Vienna fino al raggiungimento dell’obiettivo. Da parte sua, il capo della delegazione di Teheran, Abbas Araghchi, ha affermato che il proprio Paese continuerà a sedersi al tavolo dei negoziati, ma che la priorità è la precisione, non il tempo. In particolare, per Araghchi vi sono dei nodi da dover sciogliere in maniera seria, ma i negoziati non dovranno trasformarsi in un processo di “logoramento”. È stato lo stesso Araghchi a rivelare che vi è un’intesa positiva con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) su una serie di questioni definite “spinose”, tra cui il protocollo aggiuntivo in scadenza il 21 maggio. Questo prevede, tra le altre clausole, l’installazione di telecamere di sorveglianza nei siti nucleari di Teheran e il diritto degli ispettori dell’AIEA a visitare tali luoghi.

Da parte statunitense, invece, un funzionario del Dipartimento di Stato ha riferito che Washington desidera discutere delle modalità per migliorare l’accordo sul nucleare, senza elaborarne uno ex novo. Gli USA, è stato specificato, sanno bene cosa Teheran dovrebbe fare per adempiere al JCPOA e che, sebbene non sia uno scenario desiderabile, gli Stati Uniti sono pronti ad accettare un eventuale rifiuto da parte iraniana di ritornare all’accordo. Fonti diplomatiche, in condizioni di anonimato, hanno rivelato che Washington ha avanzato una proposta che include la revoca delle sanzioni contro l’Iran su settori chiave come petrolio, gas e banche, mentre ha fatto accenno a misure volte ad allentare le sanzioni relative a terrorismo e violazione dei diritti umani. Tuttavia, le medesime fonti hanno messo in luce come da parte iraniana non vi sia stata una simile apertura, soprattutto per quanto riguarda reattori e centrifughe per l’arricchimento di uranio. Teheran, è stato affermato, chiede a Washington di “fare di più”, mentre cerca di “fare di meno”. Ad ogni modo, per gli USA è importante che l’Iran rispetti i termini dell’accordo e che gli venga impedito di produrre armi nucleari.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.  Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

 

di Redazione

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