Guardia Costiera libica spara a peschereccio italiano: ferito il comandante

Pubblicato il 6 maggio 2021 alle 19:44 in Italia Libia

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Una motovedetta della Guardia Costiera libica ha sparato colpi di avvertimento in direzione del peschereccio italiano Aliseo, della flotta di Mazara del Vallo, ferendo il comandante, Giuseppe Giacalone. L’incidente è avvenuto al largo delle coste di Bengasi, giovedì 6 maggio. La nave Libeccio, della Marina Militare italiana, è intervenuta in soccorso del marinaio ferito.

L’Aliseo si trovava, insieme ad altri pescherecci, tra cui l’Artemide, a circa 75 miglia a Nord-Est di Tripoli e a 3o da Misurata. Accusando l’imbarcazione di essere entrata in acque libiche, la Marina del Paese nordafricano ha sparato colpi di avvertimento ordinandole di fermarsi. L’Aliseo, così come l’Artemide, sono però riuscite a sottrarsi all’alt. Secondo la versione delle autorità tripoline, i colpi sono stati effettivamente sparati ma non sarebbero stati indirizzati “contro” i pescherecci italiani, bensì in aria. “Non ci sono stati colpi esplosi contro imbarcazioni, ma colpi di avvertimento in aria”, ha specificato, in una confersazione telefonica con l’agenzia di stampa Ansa, il commodoro Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della Marina libica. L’uomo ha poi aggiunto che, quando i pescherecci si avvicinano, la Guardia Costiera ha il compito di provare a fermarli. “C’erano quattro o cinque pescherecci nelle acque territoriali della Libia senza alcun permesso da parte del governo libico”, ha insistito il portavoce, accusando l’Aliseo e l’Artemide di aver sconfinato nelle acque appartenenti al Paese nordafricano. 

Secondo l’Ansa, erano 3 i pescherecci italiani che si trovavano in una zona definita “ad alto rischio”. La Marina Militare che sta ancora operando nella zona, a 35 miglia a Nord della costa di Al Khums, e il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato di rimanere costantemente aggiornato sugli sviluppi della situazione.

Il 3 maggio, la sottosegretaria italiana al Ministero della Difesa, Stefania Pucciarelli, aveva reso noto che una fregata della Marina italiana era dovuta intervenire per soccorrere 7 pescherecci italiani minacciati da un gommone ad alta velocità proveniente dalla costa orientale della Libia. Le barche italiane, che stavano svolgendo attività di pesca in acque internazionali, erano state dunque messe al sicuro e dirette verso il Mediterraneo centrale. “Non possiamo più permettere che i pescherecci italiani, che operano legalmente in acque internazionali, vengano minacciati o sequestrati dalle autorità libiche, come accaduto il primo settembre 2020”, aveva dichiarato la sottosegretaria alla Difesa. “Grazie alla visita a Tripoli del presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha promosso il dialogo con le autorità esecutive neoelette in Libia, credo che oggi ci siano le condizioni per lavorare ad un possibile accordo per definire il perimetro delle acque internazionali al largo della costa della Cirenaica”, aveva aggiunto, in tale occasione, la Pucciarelli, riferendosi alla prima visita di Stato all’estero del premier Draghi, il 6 aprile, che lo aveva visto impegnato in colloqui con le nuove autorità esecutive della Libia. 

L’episodio del primo settembre 2020, di cui aveva parlato la sottosegretaria alla Difesa nel suo discorso, riguardava il sequestro, da parte di motovedette dei miliziani fedeli al generale libico Khalifa Haftar, di due pescherecci siciliani, Antartide e Medinea, a circa 80 miglia al largo di Bengasi. In quell’occasione, i libici che facevano capo ad Haftar, uomo forte di Tobruk, avevano trasferito i membri degli equipaggi in una prigione controllata dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). I 18 marinai erano stati accusati di essere entrati illegalmente nelle acque economiche della Libia, fatto contestato dall’Italia. Dopo 108 giorni, i pescatori italiani erano stati liberati, il 17 dicembre, al termine di una lunga trattativa. Lo aveva annunciato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, mentre si recava verso Bengasi con l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per andare a riprenderli. Tra i 18 membri dell’equipaggio trattenuti nella roccaforte del generale Haftar, 8 erano italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi. La loro liberazione aveva messo fine ad una situazione di stallo politico tra i due Paesi sulla sorte dei marinai. Molti avevano criticato la difficoltà del governo italiano, guidato da Conte, nelle trattative con la controparte libica e gli oppositori politici avevano accusato Di Maio e gli altri ministri di non riuscire a tenere testa al comandante libico.

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Chiara Gentili

di Redazione

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