L’export militare sudafricano e il conflitto in Yemen

Pubblicato il 4 maggio 2021 alle 17:09 in Sudafrica Yemen

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Sin dal 2015, il Sudafrica ha esportato armi che, secondo alcuni osservatori citati da The New Arab, avrebbero contribuito ad alimentare e aggravare la crisi umanitaria e la guerra civile in Yemen.

Secondo quanto riferito il 3 maggio dalla testata, il Sudafrica esporta armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, Paesi che, dal 26 marzo 2015, sono intervenuti nella guerra in Yemen. Per comprendere al meglio il ruolo che svolge, ad oggi, l’industria bellica del Sudafrica nella guerra civile yemenita è opportuno ripercorrere a ritroso la storia. Già a partire dal settembre del 1994 era evidente la partecipazione indiretta sudafricana nel conflitto in Yemen attraverso la vendita di armi. All’epoca furono numerose le testate giornalistiche che denunciarono l’export di un’ingente partita di armi, prodotte dalla società statale Armscor, allo Yemen.

Secondo quanto riferito da the New Arab, tale società venne istituita con lo scopo di aggirare l’embargo sulle armi che le Nazioni Unite avevano imposto, il 4 novembre 1977, al Sudafrica. È importante sottolineare che l’embargo era stato emanato con lo scopo di cambiare in positivo la politica di apartheid implementata nel Paese quando, nel 1948, il Partito Nazionale salì al potere. In tale contesto, Armscor non solo armò le forze di sicurezza dell’apartheid in modo che potessero reprimere le forze che si opponevano al segregazionismo, ma fornì anche armi per all’estero in tutta l’Africa Meridionale, nel tentativo di indebolire il sostegno ai movimenti di liberazione del Sud Africa.

Questo portò Nelson Mandela ad aprire un’inchiesta sull’export bellico del Paese che culminò con la nascita del National Conventional Arms Control Committee (NCACC). Tale organo, composto da ministri della Difesa, della Giustizia e degli Affari Esteri di diversi governi, fu istituito per garantire che il Sudafrica, attraverso il suo export di armi, non divenisse complice nei crimini contro i diritti umani. Più tardi, nel 2002, il governo sudafricano approvò il National Conventional Arms Control Act. Si tratta di un documento che obbliga l’industria bellica del Paese a ottenere il permesso dell’NCACC per poter vendere le armi ad altri Paesi. L’NCACC, dopo aver valutato che le armi non siano vendute a “governi che violano o sopprimono i diritti umani”, stabiliscono se rilasciare o meno il permesso. Inoltre, secondo le disposizioni del documento legislativo del 2002, anche il Paese acquirente è vincolato dall’osservanza di misure specifiche per garantire che tali armi non siano vendute a Paesi terzi senza il consenso del governo sudafricano. Pertanto, sulla carta, Città del Capo dispone di numerosi documenti legislativi istituiti con lo scopo di porre dei limiti alla vendita di armi del Paese.

Nonostante ciò, come riferito da The New Arab, vi sarebbero alcune prove a conferma del fatto che la politica di vendita di armi sudafricane non si sia distaccata più di tanto da quella adottata durante il periodo di segregazionismo. A mettere in luce tale aspetto è stato il reportProfiting from misery, South Africa’s complicity in war crimes in Yemen”, pubblicato il 3 marzo da Open Secrets, una società civile sudafricana. Quest’ultima ha rivelato che, nella pratica, l’NCACC non avrebbe eseguito tutti i controlli e i limiti previsti per l’export militare del Paese. Solo nel 2015, più del 42% dell’export di armi sudafricane è stato diretto verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, impegnate nel conflitto in Yemen. Un anno dopo, nel 2016, la quota è salita al 48,9%, mentre, nel 2017 e nel 2018,  oltre un terzo del totale dell’export di armi di Città del Capo era diretto verso Riad e Abu Dhabi. Open Secrets ha sostenuto che fin dallo scoppio della guerra in Yemen, l’NCACC ha sempre approvato le esportazioni di armi nei suddetti Paesi, che, a loro volta, le avrebbero ai gruppi armati filo-governativi dello Yemen, andando contro le disposizioni del National Conventional Arms Control Act. Dal 2015, frammenti di armi prodotte dalle società sudafricane sarebbero stati rinvenuti in tutti i territori colpiti dal conflitto nello Yemen. Tra i maggiori produttori militari del Sudafrica, vale la pena menzionare la statale sudafricana Denel, una società associata ad Armsco. 

Open Secrets ha specificato che non è chiaro come l’NCACC, ente che dovrebbe controllare le attività delle società militari sudafricane, abbia rilasciato il permesso per tali vendite. In tal contesto sono state menzionate le dichiarazioni che l’ex presidente dell’NCACC, Jackson Mthembu, ha rilasciato, nell’agosto del 2020 all’organizzazione per i diritti umani. A detta di Mthembu, l’NCACC non si occupava in prima persona del procedimento, ma si affidava a vari organi per valutare se l’export bellico del Paese violasse le disposizioni di legge. Tra questi, vale la pena menzionare il Department of International Relations and Cooperation (DIRCO), la State Security Agency (SSA) e la Defence Intelligence (DI). Infine, nel 2019, la NCACC ha interrotto le esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti per un breve periodo per poi ottenere nuovamente i permessi. Secondo Open Secrets le compagnie di armi sudafricane si sarebbero servite dell’espediente della perdita di posti lavoro presso le società per fare pressioni alla NCACC affinché ripristinasse le esportazioni.

Lo Yemen è stato teatro di disordini a partire dal 2011, quando è stato rovesciato il governo del presidente. La crisi si è poi trasformata nella guerra tra due fazioni. Da una parte ci sono i ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran, che hanno preso il controllo di Sana’a, a partire da settembre 2014. Sul fronte opposto, c’è il governo di Hadi, supportato da una coalizione araba guidata dai sauditi, che è stata sostenuta dagli Stati Uniti. La coalizione è intervenuta nel conflitto nel marzo 2015. La guerra continua a causare la “peggiore crisi umanitaria del mondo”, secondo le Nazioni Unite.

Nonostante il conflitto civile in Yemen continui a essere testimone di violente battaglie e bombardamenti, nel 2020 è stata registrata una diminuzione del 73% nel numero di vittime civili provocate dai raid della coalizione a guida saudita, rispetto al 2019. A riportarlo, è lo Yemen Data Project, un progetto di raccolta dati indipendente che monitora l’andamento della guerra in Yemen, secondo cui lo scorso anno è stato raggiunto un minimo storico nella percentuale di vittime civili, sin dall’inizio dell’offensiva aerea ad opera della coalizione internazionale guidata da Riad. In tale contesto, gli Stati Uniti hanno duramente criticato i ribelli Houthi e hanno dichiarato di essere consapevoli delle minacce poste contro l’Arabia Saudita, la quale continua a far fronte ad attacchi missilistici e per mezzo di droni, perpetrati da forze sostenute dall’Iran. Motivo per cui, gli USA si sono impegnati a continuare a sostenere Riad e a fornirle sostegno per far sì che questa possa difendere la propria sovranità e integrità territoriale, oltre che alla sua popolazione. 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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