Iraq: secondo attacco contro obiettivi USA in 24 ore

Pubblicato il 4 maggio 2021 alle 18:01 in Iraq USA e Canada

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Il 3 maggio, sei razzi sono stati lanciati contro la base aerea irachena di Balad, a Nord di Baghdad, causando il ferimento di un appaltatore straniero che lavorava per un’azienda statunitense.

In un primo attacco, tre razzi sono caduti in un’area in cui si trova la Sallyport, un’azienda che si occupa della manutenzione degli aerei F-16 venduti all’Iraq dagli Stati Uniti. Un dipendente è stato leggermente ferito, secondo quanto riferito da un funzionario iracheno. Circa 15 minuti dopo, altri tre razzi sono stati lanciati nei pressi della base, ma non l’hanno colpita. A seguito dell’assalto, la portavoce del Pentagono, la comandante Jessica McNulty, ha specificato che a Balad non sono stanziate truppe statunitensi o della coalizione internazionale, ma solo dipendenti di aziende statunitensi del settore della Difesa.

È stato il secondo attacco contro gli interessi statunitensi in Iraq, in meno di 24 ore. Nella notte tra domenica 2 maggio e lunedì 3 maggio, due razzi  di tipo Katyusha sono stati lanciati nel perimetro dell’aeroporto internazionale di Baghdad, verso la zona in cui sono stanziate le truppe della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Un razzo è stato intercettato e distrutto e non ci sono state segnalazioni di danni o vittime. Per il momento, nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Il 3 maggio, commentando tale evento, l’addetto stampa del Pentagono, John Kirby, ha affermato che gli attacchi missilistici in Iraq non fanno altro che mostrare che la missione statunitense nel Paese è “ancora pericolosa”. Kirby ha aggiunto che è responsabilità delle autorità irachene indagare su tali eventi, ma ha assicurato che gli Stati Uniti faranno tutto il necessario per assicurarsi di proteggere adeguatamente le proprie truppe sul campo e i propri interessi nel Paese.

A tale proposito, è interessante sottolineare che almeno 30 attacchi hanno preso di mira obiettivi statunitensi in Iraq, da quando il presidente Joe Biden è entrato in carica, il 20 gennaio. L’assalto precedente a quelli del 3 maggio si era verificato il 22 aprile e aveva colpito sempre l’aeroporto internazionale di Baghdad. Invece, il 14 aprile, un attacco missilistico aveva colpito l’aeroporto internazionale di Erbil, nella regione del Kurdistan iracheno. Secondo il Ministero dell’Interno, anche in questo caso l’obiettivo era la sezione militare dell’aeroporto, dove sono stanziate le forze della coalizione internazionale a guida statunitense. Quest’ultimo assalto era stato rivendicato da un gruppo noto come Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, già responsabili di un altro attacco con missili lanciato il 15 febbraio scorso, anch’esso perpetrato contro il medesimo aeroporto. In tale occasione, gli autori avevano specificato che il reale obiettivo erano i cittadini statunitensi presenti in Iraq e che, pertanto, il loro attentato era da considerarsi una forma di vendetta per la morte dei loro leader martirizzati. 

A proposito della presenza straniera nel Paese, durante l’ultimo round del dialogo strategico tra Baghdad e Washington, tenutosi il 7 aprile, i due Paesi hanno stabilito che le truppe da combattimento statunitensi, impegnate nella lotta allo Stato Islamico, abbandoneranno l’Iraq, mentre le forze degli USA continueranno a fornire consulenza e addestramento. In tale data, i delegati iracheni e statunitensi si sono incontrati nel quadro del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal premier di Baghdad, Mustafa al-Kadhimi, proprio con l’obiettivo di definire il ruolo degli Stati Uniti nel Paese e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra le due parti. Il fine ultimo è creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

A seguito dell’operazione militare su suolo iracheno, ordinata dalla Casa Bianca guidata dall’ex presidente Donald Trump, che ha causato la morte del generale iraniano Qasem Soleimani, il 3 gennaio 2020, la presenza delle truppe statunitensi nel Paese è stata fortemente criticata e i rapporti tra Washington e Baghdad si sono incrinati. La ragione è da ritrovare nel fatto che gli Stati Uniti non hanno chiesto l’autorizzazione per effettuare l’attacco del 3 gennaio 2020. Inoltre, la tensione a livello regionale e internazionale è salita enormemente a causa dell’ostilità tra USA e Iran. Quindi, il 5 gennaio, il Parlamento di Baghdad ha proposto al governo di espellere tutte le forze armate straniere. Tuttavia, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate. Al momento, sembra che il ritiro verrà completato, ma la situazione sul campo rimane fragile. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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