Burkina Faso: nuovo attacco al confine con il Niger

Pubblicato il 4 maggio 2021 alle 15:19 in Burkina Faso Niger

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Il 3 maggio, almeno 30 persone sono state uccise da un gruppo di uomini armati nel villaggio di Kodyel, situato nella provincia di Komandjari del Burkina Faso orientale, al confine con il Niger. 

La notizia è stata riferita da un funzionario governativo che è riuscito a fuggire. Secondo quanto ha raccontato l’uomo, i militanti hanno circondato il villaggio e sono andati di casa in casa ad appiccare fuochi ed uccidere persone. “Sono scappato il prima possibile perché i terroristi di solito cercano le autorità. Preghiamo tutti che la pace torni ora nel nostro Paese. Siamo stanchi”, ha aggiunto il funzionario. Un altro residente, Mediempo Tandamba, fuggito dall’attacco, ha raccontato che circa 100 combattenti sono entrati in città su motociclette e camioncini. Quattro dei figli di suo fratello sono stati uccisi.

Le forze armate del  Burkina Faso non sono state in grado di contenere la crescita della violenza ad opera di gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, che hanno ucciso migliaia di persone nella regione desertica del Sahel e hanno causato lo sfollamento di oltre un milione di abitanti. A causa di un’aumento degli assalti, durante l’ultimo anno, il governo ha chiesto l’aiuto di volontari civili per supportare l’esercito. Tuttavia, in numerosi casi, le comunità che hanno accolto tale appello hanno subito ritorsioni. Secondo Heni Nsaibia, analista dell’Armed Conflict Location and Event Data Project, l’attacco del 3 maggio è proprio una vendetta nei confronti degli abitanti del villaggio di Kodyel, che hanno fornito combattenti volontari a supporto dell’esercito del Burkina Faso. Tuttavia, al momento, nessun gruppo ha rivendicato l’assalto.

L’offensiva arriva esattamente una settimana dopo che, il 26 aprile, 2 cittadini spagnoli e un irlandese sono stati uccisi e un soldato del Bukina Faso è scomparso, quando la pattuglia anti-bracconaggio con la quale viaggiavano è stata attaccata da un gruppo di ribelli, nella regione Sud-orientale del Paese. Lo stesso giorno, almeno 18 persone sono state assassinate in un attacco armato nel villaggio di Yattakou, situato nella provincia Nord-orientale di Seno, al confine con tra i Burkina Faso e il Niger. Proprio nel Paese vicino, almeno 16 soldati nigerini sono stati uccisi e un altro risulta disperso, a seguito di un attacco effettuato il primo maggio contro una pattuglia militare nella regione occidentale di Tahoua. 

La regione desertica in cui convergono i confini del Niger, del Mali e del Burkina Faso, è nota come “tri-border area” ed è una zona particolarmente instabile poiché costantemente presa di mira dai militanti islamisti che operano nel Sahel. Numerosi gruppi jihadisti, che collaborano con “banditi” locali, sono operativi in questa regione. Nello specifico, la situazione è particolarmente critica a partire dal 2012, quando il Nord del Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e guidata da membri Tuareg alleati con alcuni combattenti di al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, il movimento è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Il supporto internazionale, con una serie di iniziative sotto l’egida di Onu e UE, ha indebolito i militanti, ma la zona è rimasta instabile e le violenze non solo continuano, ma hanno raggiunto nuovi record nel 2021. 

A tale proposito, è possibile citare alcuni dei numerosi assalti in questa aerea. Il 15 marzo, un centinaio di aggressori su motociclette e camioncini hanno ucciso 33 soldati e ne hanno feriti altri 14 in un attacco vicino a Tessit, nel Mali centrale. Le forze di pace che operano nell’ambito della Missione di Stabilizzazione Integrata Multidimensionale delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) hanno supportato l’evacuazione dei morti e dei feriti e i soldati della missione a guida francese di stanza in Africa occidentale, l’Operazione Barkhane, hanno aiutato l’esercito maliano a proteggere l’area dopo l’attacco. Il 21 marzo, solo quattro giorni dopo, i militanti hanno ucciso 141 persone in una serie di assalti coordinati nella regione di Tahoua, nel Sud-Ovest del Niger, sempre nella tri-border area. Gli attacchi sono avvenuti vicino al confine con il Mali e anche non lontano da Tillaberi, un’altra regione di confine nigeriana, particolarmente interessata dalle violenze. 

Lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) ha rivendicato l’assalto del 15 marzo a Tessit (Mali) ed è considerato responsabile delle violenze a Tillaberi e Tahoua (Niger). L’ISGS è un’organizzazione militante islamista affiliata allo Stato Islamico dal 2015, nata da una divisione interna all’organizzazione nota come al-Mourabitoun, “le Sentinelle”, un violento gruppo terroristico jihadista dell’Africa occidentale. Questo gruppo, a sua volta, è stato formato da una fusione, nel 2013, tra il battaglione al-Mulathamun, “gli Uomini Mascherati” e il Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa occidentale. Entrambe le organizzazioni erano derivate da Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Nel dicembre 2015, al-Mourabitoun si è fusa di nuovo con AQIM, a seguito di un attacco congiunto all’hotel Radisson Blu a Bamako, la capitale del Mali, effettuato il 20 novembre 2015 e che ha causato la morte di 20 civili. A maggio dello stesso anno, Adnan Abu Walid al-Sahraoui e i suoi seguaci dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) hanno promesso fedeltà all’ISIS. 

Tuttavia, anche Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), potrebbe aver aiutato l’ISGS nei recenti assalti effettuati nella tri-border area, secondo alcune fonti. L’ISWAP è nato da una divisione dall’organizzazione terroristica nigeriana, Boko Haram, che stava subendo gravi perdite a partire da gennaio 2015, a causa delle offensive di una coalizione delle forze militari della Nigeria, del Ciad, del Camerun e del Niger. Il 7 marzo 2015, Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, ha promesso fedeltà allo Stato Islamico della Siria e del Levante, che ha accettato i nuovi adepti e ha annunciato l’espansione del califfato in Africa occidentale, dichiarando che qualsiasi aspirante jihadista che non riuscisse ad entrare in Siria e in Iraq poteva recarsi a combattere in Africa. Nell’agosto 2016, la leadership dello Stato Islamico ha riconosciuto e nominato Abu Musab al-Barnawi come leader de facto dell’ISWAP, cosa che Shekau ha rifiutato di accettare. A causa di lotte intestine, la neonata organizzazione si è divisa in due fazioni, la fazione di al-Barnawi (ISWAP) e la fazione di Shekau (Boko Haram). Si stima che l’ISWAP contasse tra i 3.500 e i 5.000 combattenti, nel febbraio del 2020.

Tuttavia, il dato importante da cogliere è che l’ISWAP ha effettuato attacchi prevalentemente in Nigeria, sin dalla sua formazione. Invece, il centro delle attività dell’ISGS si trova a oltre mille chilometri da Boko Haram e dalla principale area in cui opera l’ISWAP, nella regione Nord-orientale della Nigeria. Questa possibile collaborazione tra jihadisti affiliati allo Stato Islamico nel Sahel genera una serie di rischi per la sicurezza che sono difficili da prevedere. A tale proposito, è importante considerare l’instabilità della Nigeria Nord-occidentale, dove anche le attività di banditi e militanti islamisti stanno convergendo man mano che la regione diventa più insicura. Il banditismo, e in particolare il rapimento a scopo di estorsione, è un fenomeno molto diffuso in tale area. Un altro problema grave di questa zona sono le divisioni e gli scontri etnici, che vedono violenze in crescita per la gestione delle risorse. In Nigeria, uno dei conflitti più sanguinosi è quello tra i pastori fulani, a maggioranza musulmani, e gli agricoltori hausa, per lo più cristiani. In conclusione, la situazione nella regione si aggrava se consideriamo che agli osservatori esterni manca la conoscenza granulare dell’area per comprendere la motivazione dietro gli assalti e quindi per contestualizzare l’aumento delle violenze in una regione così importante per la stabilità dell’Africa. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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