Afghanistan: incendio a Kabul, almeno 7 morti e 14 feriti

Pubblicato il 2 maggio 2021 alle 10:28 in Afghanistan Asia

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Il Ministero degli Interni dell’Afghanistan ha reso noto, il 2 maggio, che la sera prima un incendio è divampato in decine di autocisterne di carburante a Nord della capitale Kabul, uccidendo 7 persone e ferendone almeno 14. Le autorità hanno avviato indagini per determinare la natura, ancora non chiara, dell’incendio, che è avvenuto nella stessa giornata in cui è iniziato il ritiro ufficiale di tutti i soldati statunitensi ancora in Afghanistan.

Il portavoce del Ministero degli Interni, Tariq Arian, ha affermato che l’incendio a Nord di Kabul è stato innescato da una scintilla in una prima autocisterna, le fiamme si sarebbero poi propagate alle altre. L’incendio ha causato danni a più abitazioni presenti nell’area, alcune delle quali sono state anche distrutte, ha colpito una stazione di rifornimento e ha determinato l’interruzione dell’elettricità in alcune linee causando blackout in alcune zone della città. Secondo testimoni locali citati da Associated Press, almeno cento camion che trasportavano le cisterne di carburante sarebbero presi a fuoco mentre erano tutti in fila per entrare a Kabul. I mezzi stavano aspettando le ore 21:00, quando viene consentito l’accesso alla capitale afghana ai mezzi pesanti.

Al momento, non è ancora chiara la causa dell’incendio e, per questo, è stata avviata un’indagine. Il giorno dopo, più camionisti hanno bloccato la strada che porta al luogo dell’incendio chiedendo un risarcimento dal governo.

Nella stessa giornata del primo maggio, gli USA hanno iniziato formalmente il ritiro di tutti i propri soldati dall’Afghanistan che, come affermato dal presidente statunitense, Joe Biden, sarà completato in occasione del ventesimo anniversario dei fatti dell’11 settembre 2001. Kabul ha messo in “alta allerta” le forze di sicurezza afghane rispetto a possibili attacchi dei talebani contro le truppe statunitensi nella loro fase di ritiro in quanto Washington non avrebbe rispettato la scadenza del primo maggio per il ritiro totale dei propri militari dall’Afghanistan, come stabilito in occasione dell’Accordo di pace concluso tra le parti a Doha, in Qatar, il 29 febbraio 2020.

A tal proposito, il comandante delle forze straniere in Afghanistan, il generale statunitense Scott Miller, il primo maggio ha affermato che sarebbe un errore per i talebani attaccare i soldati stranieri che saranno presenti nel Paese dopo il primo maggio. In tale giornata, una base aerea nella città Kandahar sarebbe stata l’obiettivo di “fuoco indiretto” non efficace che non ha causato né danni, né feriti. Miller ha quindi affermato di avere tutti i mezzi militari per rispondere ad ogni tipo di attacco che dovesse colpire le forze straniere e per aiutare le forze di sicurezza afghane. Prima di Miller, il portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid, aveva scritto su Twitter che il superamento della data prefissata fosse una “violazione di principio” che aveva aperto la strada ai talebani per adottare qualsiasi contro-azione ritenuta appropriata contro le “forze di occupazione”. Mujahid aveva però aggiunto che i combattenti stessero aspettando indicazioni dalla leadership del gruppo. Al momento, sono in corso dialoghi con i talebani sulla questione del prolungamento della data di ritiro dei soldati stranieri dall’Afghanistan.

Il 29 febbraio 2020, l’inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, e il leader politico dei talebani, Mullah Abdul Ghani Baradar, avevano siglato un’intesa di pace, alla presenza dell’ex-segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo. Secondo quanto stabilito da tale accordo, gli USA si erano impegnati a ritirare tutti i propri soldati presenti in Afghanistan entro quattordici mesi dalla firma dell’accordo, mentre, i talebani, dopo aver richiesto uno scambio di prigionieri al governo di Kabul, avevano accettato di partecipare ai negoziati di pace intra-afghani e avevano fornito garanzie di sicurezza agli USA, quali, ad esempio, l’interruzione dei rapporti con gruppi terroristici, quali Al-Qaeda. I talebani sono stati ripetutamente accusati sia da Kabul, sia da Washington di non aver rispettato a pieno i patti, tant’è vero che l’amministrazione Biden aveva deciso di sottoporre a revisione l’intesa di Doha.

L’accordo di pace tra USA e talebani aveva consentito l’apertura dei cosiddetti dialoghi di pace intra-afghani, iniziati lo scorso 12 settembre 2020 a Doha e tutt’ora in corso, per porre fine ai conflitti interni che hanno interessato l’Afghanistan per vent’anni. Ciò nonostante, nel Paese sono aumentati gli episodi di violenza e gli scontri tra talebani e forze governative. Parallelamente, i negoziati non hanno ancora determinato una svolta nella situazione interna al Paese.

Dopo la fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Nel 1996 i talebani avevano il controllo di gran parte dell’Afghanistan, ottenuto in seguito ad una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali.  In tale contesto, nel 2001, gli Stati Uniti avevano invaso l’Afghanistan con l’obiettivo di ribaltare le autorità di Kabul, allora sostenute dai talebani e che avevano fornito asilo ad Al-Qaeda durante la pianificazione degli attentati dell’11 settembre 2001, dove persero la vita circa 3.000 persone. Nel 2003, anche la NATO era intervenuta, decimando la presenza degli estremisti islamici sul territorio afghano e relegando i talebani in alcune roccaforti. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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