Yemen: aumenta il rischio di una “seconda guerra” nel Sud

Pubblicato il 1 maggio 2021 alle 7:00 in Medio Oriente Yemen

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Mentre gli occhi dei diversi attori internazionali e regionali sono puntati sul governatorato settentrionale di Ma’rib, il crescente malcontento tra la popolazione del Sud dello Yemen rischia di minare gli sforzi di pace profusi negli ultimi anni, culminati con la formazione del governo di unità nazionale, ufficialmente annunciato il 18 dicembre 2020.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab fino al 30 aprile, le strade dei territori meridionali, e, in particolare, quelle della capitale provvisoria Aden, sono state testimoni, per giorni, di una crescente mobilitazione popolare, nata dal deterioramento delle condizioni economiche, sociali e di sicurezza, ulteriormente esacerbate dalla diffusione della pandemia di Covid-19. Di fronte a una carenza di servizi, non solo a livello sanitario, i cittadini di Aden hanno organizzato proteste notturne, durante le quali sono stati visti bruciare pneumatici e bloccare le strade della capitale, mentre inneggiavano slogan in cui richiedevano servizi migliori. Ad aver alimentato la rabbia dei cittadini vi sono state anche le frequenti interruzioni di elettricità, durante le quali a un’ora di corretto funzionamento hanno spesso fatto seguito 15 ore di blackout.

La popolazione punta il dito soprattutto contro il governo unitario guidato da Maeen Abdul Malik, i cui membri si sarebbero rivelati incapaci di migliorare la situazione delle regioni meridionali e di rispondere alle esigenze della popolazione. Tuttavia, non sono mancate critiche contro le diverse parti rappresentate all’interno dell’esecutivo, ovvero la “legittimità” guidata dal capo di Stato, Rabbo Mansour Hadi, il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), portavoce dei gruppi separatisti del Sud, e la coalizione internazionale a guida saudita, la quale, sin dal 2015, affianca le truppe yemenite nella lotta contro i ribelli sciiti Houthi, nel quadro del più ampio conflitto scoppiato a seguito del colpo di stato del 21 settembre 2014. Lo stato di rabbia nei territori meridionali era stato già segnalato da quanto accaduto il 16 marzo ad Aden, quando gruppi di manifestanti hanno preso d’assalto il palazzo presidenziale della capitale provvisoria.

Parallelamente, è stato il medesimo quotidiano a riferire degli scontri sporadici che, dalla prima settimana di aprile, vedono protagonisti l’esercito filogovernativo e i gruppi armati legati al STC, tra cui la cosiddetta “Cintura di sicurezza”, delle forze note per essere affiliate agli Emirati Arabi Uniti (UAE), i quali forniscono loro aiuti finanziari e militari. Ad aver riacceso le tensioni, dopo mesi di tregua apparente, è stata l’uccisione del fratello del comandante delle forze speciali di Abyan, il colonnello Muhammad al-Awban, morto, il 6 aprile, a seguito di scontri nell’Est di Aden, che hanno provocato il ferimento di altri 3 soldati yemeniti. Ancora prima, il 4 marzo, un’esplosione aveva colpito un convoglio con a bordo due leader di spicco della Cintura di sicurezza. Alcuni credono che dietro tali attacchi possano esservi membri affiliati alla Fratellanza musulmana in Yemen, a loro volta appoggiati da Turchia e Qatar, i quali hanno preso di mira soprattutto le forze della cintura di sicurezza ad Abyan, e i gruppi separatisti nei distretti di Ahwar e Khanfar, con l’obiettivo di provocare una nuova situazione di caos e sovvertire l’accordo del 5 novembre.

Il quadro dei dissidi tra il governo legittimo e il STC include, poi, l’arresto di personalità per entrambe le parti, uno degli ultimi risalente al 27 aprile, quando è stato arrestato un generale di brigata, esponente del Consiglio di Transizione Meridionale, accusato di aver condotto rapimenti senza giustificazioni legali. Il 19 marzo, invece, con un decreto firmato da Hadi, è stato ordinato il licenziamento di Fadil Baash, comandante delle forze speciali di sicurezza nei governatorati di Aden, Lahj, Al-Dhale e Abyan, senza spiegarne le motivazioni.

Ad oggi, la parte politica dell’accordo di Riad, siglato, il 5 novembre 2019, dal governo legittimo yemenita e dal STC, è la sola ad aver trovato una concreta attuazione, con la formazione del nuovo esecutivo equamente suddiviso tra Nord e Sud dello Yemen. Tuttavia, alcune disposizioni militari e in materia di sicurezza sono ancora in una fase di stallo e le forze separatiste continuano ad essere incaricate della sicurezza e del controllo militare di Aden e di altri territori meridionali, nonostante l’accordo di Riad preveda il loro ridispiegamento presso altri fronti yemeniti. Inoltre, sono in molti a ritenere che tra il governo legittimo e i gruppi separatisti non vi sia piena fiducia. Motivo per cui, diversi analisti non escludono tensioni nel futuro prossimo, le quali potrebbero sfociare in una “guerra aperta”, la seconda per lo Yemen.

Tuttavia, sono gli stessi analisti a mettere in luce come lo spettro di un secondo conflitto non sia contemplato all’interno dei negoziati volti a portare pace nel Paese, in cui si presta attenzione prevalentemente alla lotta tra la “legittimità” e le milizie ribelli. Non includere nei “calcoli” eventuali tensioni a Sud potrebbe, però, rivelarsi rischioso.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo 

di Redazione

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