Iraq: Ankara stabilisce una base nel Nord, mentre continua l’offensiva contro il PKK

Pubblicato il 30 aprile 2021 alle 17:25 in Iraq Turchia

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Il ministro dell’Interno turco, Suleyman Soylu, ha annunciato, venerdì 30 aprile, che Ankara è pronta a stabilire una propria base militare nel Nord dell’Iraq, nella regione di Metina, ritenuta essere rilevante per il proprio Paese.

A riportare la notizia è stato il quotidiano al-Arabiya, sulla base di “media turchi”. In realtà, già nel 2020, funzionari turchi avevano rivelato l’intenzione della Turchia di istituire circa tre basi nei territori iracheni settentrionali e, nello specifico, nelle regioni di Sinat e Haftanin, le quali si sarebbero aggiunte alle circa dieci basi temporanee situate nei territori iracheni. Le suddette regioni, insieme a Metina, sono delle aree spesso bersagliate dalle forze turche, il cui obiettivo è colpire il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Quest’ultima è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Gli episodi di insorgenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan in Turchia hanno avuto inizio nel 1984, con l’obiettivo di rivendicare i diritti della minoranza curda nel Paese. Poi, il 23 marzo 2013, la Turchia e il PKK hanno annunciato un cessate il fuoco, ma nel corso degli anni successivi, operazioni di guerrilla e scontri diretti tra forze curde e turche sono continuati, causando la morte di oltre 40.000 persone.

In tale quadro si colloca la dichiarazione del Ministero della Difesa turco del 24 aprile, con cui è stata annunciata la continuazione di due operazioni contro il Nord dell’Iraq, soprannominate Claw-Lightning e Claw-Thunderbolt. L’obiettivo, è stato specificato dal ministro Hulusi Akar, è preservare la vita di circa 84 milioni di turchi dalla minaccia posta da gruppi terroristici quali il PKK, il movimento Gulen e lo Stato Islamico. Il PKK, ha poi affermato il ministro, continua a mantenere la sua presenza nel Nord dell’Iraq e continua a crearsi tane e nascondigli, in previsione di un attacco delle forze armate turche. Da parte sua, Ankara ha condotto attacchi aerei contro più di 60 obiettivi del Partito, mentre altri 400 sono stati colpiti dalle forze di terra. Ciò ha consentito di “neutralizzare” un numero sempre maggiore di terroristi. Anche per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, la nuova offensiva mira a porre definitivamente fine alla presenza della minaccia terroristica al confine meridionale turco. “Non c’è posto per il gruppo separatista terroristico nel futuro della Turchia, dell’Iraq o della Siria”, ha dichiarato il capo di Stato, con particolare riferimento ai combattenti curdi. “Continueremo a combattere fino a quando queste bande di criminali, che causano solo lacrime e distruzione, non verranno sradicate”, ha altresì aggiunto Erdogan.

Risale al 14 febbraio la dichiarazione del Ministero della Difesa turco, con cui era stata annunciata la fine dell’operazione militare “Artiglio di Tigre 2”, lanciata il 10 febbraio e volta a perseguire i militanti del PKK al confine, “in base al diritto di auto-difesa della Turchia”. A detta del Ministero turco, tale operazione ha causato l’uccisione di circa 50 membri del Partito. Tuttavia, anche dopo il 14 febbraio sono stati segnalati bombardamenti contro il Nord dell’Iraq. 

Già nel 2020, il 17 giugno, la Turchia aveva dato inizio a un’altra operazione contro il PKK, soprannominata “Artiglio di Tigre”, avente lo stesso obiettivo delle offensive precedenti. Tale operazione è stata classificata come la più lunga condotta da Ankara nei territori iracheni nel corso dello scorso anno, ed ha causato anche la morte di almeno 6 civili iracheni, il primo dei quali morto a seguito di un bombardamento turco contro il distretto di Bradost, nel governatorato di Dahuk, il 19 giugno. In tale area la Turchia occupa più di 10 postazioni militari, istituite sin dal 1995, mentre continua a mantenere basi militari temporanee di piccole dimensioni, stabilite unilateralmente, nel Nord dell’Iraq. A queste si aggiunge quella a Bashiqa, nei pressi di Mosul, che Ankara si rifiuta di abbandonare. Alla luce di ciò, fonti irachene hanno precedentemente riferito che tali mosse rappresentano, in realtà, i primi passi verso una presenza militare turca permanente, in linea con un “trend in crescita” promosso dal presidente turco.

Di fronte a tale scenario, Baghdad ha più volte accusato Ankara di violare la propria sovranità, portandola a convocare due volte l’ambasciatore turco in Iraq, Fatih Yildiz, e a consegnare un memorandum di protesta, con il fine di esortare la Turchia a porre fine a tali operazioni militari unilaterali e a simili violazioni. Il 18 giugno 2020 era stato altresì richiesto il ritiro delle forze turche e la cessazione di “atti provocatori”. L’Iraq, dal canto suo, si è più volte detto pronto a collaborare per salvaguardare la sicurezza dei confini, e considera le azioni turche una minaccia alla sicurezza dei civili e delle loro proprietà, visto che queste hanno talvolta preso di mira anche campi profughi, come quelli di Makhmur e Sinjar. Tuttavia, Yildiz aveva risposto affermando che, se Baghdad non avesse agito contro i ribelli, Ankara avrebbe continuato a contrastare il PKK, “ovunque esso si trovasse”.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo 

di Redazione

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