Afghanistan: scontri a Kandahar e il problema degli infiltrati

Pubblicato il 30 aprile 2021 alle 18:43 in Afghanistan Asia

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Mentre continuano gli scontri tra esercito afghano e talebani in almeno 6 distretti di Kandahar, il 30 aprile, un’agenzia statunitense sottolinea un aumento dell’82% degli attacchi dei militanti tramite l’utilizzo di infiltrati. 

Secondo quanto riferito dalla stampa afghana, i residenti di Kandahar sono preoccupati dai continui scontri con i talebani e affermano che il gruppo sta tentando di spostare la propria base nella provincia meridionale afghana. Secondo i funzionari locali, di 17 distretti sono interessati da un alto livello di minacce alla sicurezza e gli abitanti non possono spostarsi per recarsi a lavoro o a scuola. “I talebani si stanno sforzando di scegliere Kandahar come loro hub. In precedenza, i loro comandanti chiave si trovavano ad Helmand”, ha dichiarato Karim Atal, un rappresentante politico della provincia. Anche il comandante delle forze speciali dell’esercito nazionale afghano a Kandahar, il generale di brigata Haibatullah Alizai, ha confermato il tentativo di spostamento dei talebani, ma ha sottolineato che l’esercito afghano non permetterà che questo accada. Il generale ha quindi evidenziato che il Sud-Ovest del Paese rimane un luogo importante per il gruppo, poiché si tratta di un’area importante per il loro sostegno finanziario, che deriva dal traffico di droga. Il 30 aprile, il ministero della Difesa ha affermato che 59 talebani sono stati uccisi negli scontri con le forze di sicurezza nelle province di Kandahar, Helmand, Ghor, Faryab, Farah e Badakhshan nelle precedenti 24 ore.

Intanto, però, la situazione rimane delicata per le autorità di Kabul. Gli attacchi mortali contro l’esercito afghano sono aumentati del 37% nel primo trimestre del 2021, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Inoltre, gli assalti avvenuti grazie all’aiuto di infiltrati nelle forze armate sono cresciuti dell’82%. I dati sono contenuti in un rapporto pubblicato il 30 aprile dall’Ispettore Generale Speciale per la Ricostruzione dell’Afghanistan, un’agenzia statunitense nota con l’acronimo inglese SIGAR. Il documento non ha specificato il numero complessivo di vittime, affermando che i dati sono classificati. Tuttavia, secondo le cifre fornite dalla coalizione militare guidata dagli Stati Uniti in Afghanistan, 115 militari afgani sono stati uccisi e 39 feriti in 31 attacchi avvenuti grazie all’aiuto di infiltrati, nei primi tre mesi di quest’anno. Il rapporto sottolinea che l’Afghanistan rimane fortemente dipendente dal sostegno degli Stati Uniti e che il completo ritiro delle truppe statunitensi metterà alla prova la resistenza delle forze di difesa e sicurezza nazionali di Kabul. 

“Secondo molti indicatori, i talebani sono in una posizione militare più forte ora che in qualsiasi momento, dal 2001 ad oggi, anche se molti dati un tempo pubblici relativi alla gestione della guerra sono classificati o non vengono più prodotti”, si legge nel documento del SIGAR. “Il rischio fondamentale per l’attuale, e per qualsiasi possibile governo afghano post-pace, riguarda il fatto che i futuri livelli di assistenza estera, durante questo periodo incerto, siano o meno sufficienti a prevenirne il collasso”, ha dichiarato John Sopko, il capo del SIGAR. Il ritiro delle forze armate straniere dall’Afghanistan riguarda circa 2.500 soldati statunitensi, 7.092 altre forze internazionali che fanno parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti e 16.832 appaltatori civili per il Pentagono. Questi ultimi svolgono spesso ruolo fondamentali, come per esempio attività necessarie all’aviazione militare afghana, sottolinea il rapporto.

Da decenni, l’Afghanistan è caratterizzato da una profonda instabilità politica. In seguito al crollo del regime sovietico, i Talebani si sono affermati come gruppo dominante e, alla fine di una sanguinosa guerra civile tra diversi gruppi locali, hanno governato gran parte dell’Afghanistan dal 1996. Dopo essere stati decimati dagli americani, a seguito dell’invasione del 2001 e dell’intervento della NATO nell’agosto 2003, i Talebani sono tornati ad essere attivi e a compiere numerose offensive per destabilizzare il Paese. Con una serie di attacchi alle attuali istituzioni afghane, le milizie talebane hanno tentato più volte di riprendere il controllo del governo. Dopo quasi due decenni di conflitto, l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020, ha rappresentato un punto di svolta significativo. Tuttavia, l’intesa non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni.

Alla luce della situazione instabile in Afghanistan e dell’aumento degli scontri, il presidente statunitense, Joe Biden, il 29 gennaio, ha affermato di voler riesaminare l’accordo con i talebani, che era stato negoziato e sottoscritto dalla precedente amministrazione, guidata da Donald Trump. Tuttavia, il 14 aprile, è stato confermato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan entro settembre. Si tratta di un ritardo di tre mesi rispetto alla scadenza concordata dall’amministrazione Trump, fissata per il primo maggio, il che ha portato i talebani ad affermare che non parteciperanno ad iniziative diplomatiche fino a quando i soldati stranieri si troveranno nel proprio Paese. Da parte sua, il governo di Kabul teme che i militanti islamisti vogliano riprendere il controllo del territorio con la forza, una volta che le forze armate afghane non saranno più supportate dalle forze aeree di Washington.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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