Palestina: le elezioni sempre più in bilico

Pubblicato il 29 aprile 2021 alle 12:48 in Medio Oriente Palestina

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A meno di un mese di distanza dalle elezioni legislative in Palestina, previste per il 22 maggio, il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, potrebbe decidere di rinviarle “a tempo indeterminato”, alla luce della mancata autorizzazione di Israele di tenere un processo elettorale a Gerusalemme.

Risale al 15 gennaio scorso la dichiarazione del presidente Abbas, con cui è stata annunciata l’organizzazione di elezioni legislative e presidenziali, le prime per la Palestina negli ultimi 15 anni. Queste sono state programmate, rispettivamente, per il 22 maggio e il 31 luglio, mentre il 31 agosto dovrebbero svolgersi le elezioni per il Consiglio nazionale, l’organo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Tuttavia, da settimane circolano voci su un possibile rinvio delle elezioni, giustificate dal fatto che Israele si rifiuta di consentire le procedure sia di candidatura sia di voto a Gerusalemme Est e, per il presidente Abbas, non è possibile organizzare elezioni senza la partecipazione della “futura capitale” dello Stato palestinese. Secondo fonti diplomatiche, la decisione definitiva potrebbe essere annunciata il 29 aprile, nel corso di un incontro tra Abbas e i gruppi palestinesi.

La Commissione elettorale palestinese afferma che 6.300 elettori a Gerusalemme Est dovrebbero presentare le loro schede attraverso gli uffici postali israeliani, in conformità con gli accordi passati, mentre altri 150.000 potrebbero votare con o senza il permesso israeliano. Pertanto, se Israele rimarrà fermo sulla sua posizione, solo gli elettori delle aree suburbane potranno partecipare alle elezioni. Ad ogni modo, alcuni hanno sottolineato che il numero dei cittadini che necessitano dell’autorizzazione israeliana è esiguo e non avrebbe un impatto decisivo sul risultato finale.

Sebbene non sia stata ancora diffusa alcuna notizia ufficiale, Hamas ha già chiarito la propria posizione in merito. In particolare, il movimento di Resistenza islamica si rifiuta all’idea di annullare o rinviare le elezioni, e, al pari degli altri gruppi palestinesi, spera che Israele, anche attraverso le pressioni esercitate dalla comunità internazionale, autorizzi le operazioni di voto anche a Gerusalemme Est. Tenere elezioni senza quest’ultima, a detta di Hamas, significherebbe riconoscerne l’annessione a Israele. La soluzione potrebbe essere concordare, a livello nazionale, dei meccanismi per svolgere il processo elettorale anche senza il coordinamento o l’approvazione di Israele. Questo perché, per Hamas, le elezioni, in tutte e tre le fasi, costituiscono il punto di partenza per porre fine alle divergenze interne ai territori palestinesi e ristabilire ordine. Pertanto, tutti i gruppi sono stati invitati a coordinarsi per discutere dei possibili modi per raggirare il problema.

Parallelamente, anche l’Unione Europea si è detta contraria al rinvio delle elezioni palestinesi, il che significa esercitare pressioni non solo su Israele, ma anche sul presidente Abbas stesso, che si trova, al momento, di fronte a una scelta difficile. È stato il rappresentante dell’UE in Palestina, Sven Kühn von Burgsdorff, a incontrare il presidente dell’Autorità palestinese il 28 aprile, per ribadire il sostegno europeo allo svolgimento del processo elettorale. Abbas, da parte sua, ha chiesto alla comunità internazionale di continuare a esercitare pressione su Israele per far sì che rispetti gli accordi presi.

Secondo alcuni analisti, il presidente, da un lato, non vuole perdere la fiducia di un partner quale l’Unione Europea, la quale insiste sull’importanza di rispettare i diritti della popolazione palestinese e di tenere elezioni per superare le divergenze interne, il primo passo verso una soluzione del più ampio conflitto israeliano-palestinese. Dall’altro lato, Abbas è consapevole che consentire elezioni potrebbe comportare una sconfitta sia per lui sia per il suo entourage. Ad ogni modo, annullare le elezioni significherebbe consentire alle due autorità governative in Cisgiordania e Gaza di continuare a governare senza mandato e senza istituzioni debitamente elette. In ultima analisi, ciò potrebbe soddisfare gli interessi di Israele, poiché la situazione alimenterebbe ulteriormente le divisioni e le rivalità tra i palestinesi, preservando le due autorità di fatto al potere. 

Le ultime elezioni in Palestina risalgono al 2006. Queste erano state caratterizzate dalla vittoria a sorpresa di Hamas, e dai successivi scontri con Fatah, che hanno provocato la scissione dei due gruppi, il 14 giugno 2007. Da allora, vi sono stati tentativi di dialogo e riconciliazione tra le parti, ma senza esiti concreti. La situazione è cambiata a seguito dei primi accordi di normalizzazione raggiunti da Israele nel 2020, che hanno portato i gruppi palestinesi a riunirsi, consapevoli che la resistenza popolare non violenta sia la strategia migliore per resistere all’occupazione militare israeliana.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo 

di Redazione

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