L’Australia investe in basi militari ed esercitazioni con gli USA

Pubblicato il 28 aprile 2021 alle 9:35 in Asia Australia

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Il primo ministro dell’Australia, Scott Morrison, ha rivelato, il 28 aprile, che l’Australia spenderà 581 milioni di dollari per potenziare le proprie basi militari e ampliare le esercitazioni congiunte con gli Stati Uniti.

Annunciando la nuova spesa in materia di difesa, Morrison ha affermato che Canberra collaborerà con i suoi più stretti alleati, compresi gli USA, per la pace, la stabilità e la libertà nella regione dell’Indo-Pacifico. In particolare, il primo ministro ha affermato che grazie alla collaborazione con Washington, con gli alleati e con i vicini della regione, Canberra continuerà a promuovere i propri interessi investendo nelle forze armate dell’Australia, soprattutto nell’area settentrionale del Paese.

I finanziamenti fanno parte di un progetto di spesa già annunciato il 2 luglio 2020 e saranno utilizzati per potenziare una pista d’atterraggio e per migliorare le strutture per l’addestramento del personale delle forze armate australiane e dei Marines statunitensi nei Territori del Nord. In tale area, l’Australia ospita il corpo militare statunitense che svolge attività quali esercitazioni militari congiunte con la Australian Defense Force e con altri partner regionali. Dall’arrivo dei primi 200 uomini nel 2012, il numero dei Marines è progressivamente aumentato, arrivando a 2.500 persone nel 2019. La presenza statunitense in Australia era stata stabilita da un accordo siglato il 16 novembre 2011 dagli allora presidente statunitense, Barack Obama, e premier australiana, Julia Gillard.

In particolare, i 581 milioni di dollari rientrano in un piano di spesa nel settore della difesa pari a 210 miliardi di dollari, annunciato il 2 luglio 2020,  che sarà attuato nell’arco di dieci anni. Al tempo, Morrison aveva dichiarato che l’aumento della spesa fosse giustificato dal fatto che il Paese dove affrontare un mondo “più povero, pericoloso e disordinato” e che presenterebbe una “fusione di incertezza globale economica e strategica” inedita dai tempi della Seconda guerra mondiale. La somma annunciata il 2 luglio aveva rappresentato un incremento del 40% rispetto all’ultima revisione strategica della spesa nel settore, risalente al 2016.

L’ultimo annuncio australiano è arrivato a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni di figure di primo piano del governo di Canberra rispetto alla possibilità di un conflitto con la Cina. Il 25 aprile scorso, il ministro della Difesa dell’Australia, Peter Dutton, aveva affermato che la possibilità di un conflitto con la Cina a causa di Taiwan non fosse da sottovalutare, aggiungendo che Canberra si sarebbe impegnata per proteggere la pace nella regione insieme ai suoi alleati. Successivamente, il segretario agli Affari Interni di Canberra, Mike Pezzullo, pur non nominando la Cina, aveva affermato che le Nazioni democratiche potessero “sentire i rulli di tamburi” e stessero guardando con preoccupazione alla militarizzazioni di questioni che in anni precedenti si riteneva potessero essere causa di conflitto.

In risposta alle affermazioni di Dutton, il 26 aprile, il portavoce del Ministero affari Esteri della Cina, Wang Wenbin, aveva chiesto a Canberra di rispettare il principio “una sola Cina”, che riconosce il solo governo di Pechino e non quello di Taipei, ribadendo che la riunificazione tra l’isola e la Cina continentale fosse necessaria. Wang aveva altresì esortato l’Australia a fare di più per la pace nello Stretto di Taiwan e per le relazioni sino-australiane.

Proprio queste ultime, nel corso del 2020, hanno assistito ad un progressivo deterioramento sia dal punto di vista commerciale, sia da quello politico, culminate con la revoca da parte del governo di Canberra della partecipazione dello Stato australiano di Victoria al progetto delle Nuove Vie della Seta, promosso da Pechino a partire dal 2013, in quanto non in linea con la politica estera australiana, il 21 aprile scorso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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