Indonesia: ucciso il capo dell’intelligence a Papua

Pubblicato il 27 aprile 2021 alle 11:07 in Indonesia

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Il generale a capo dell’intelligence indonesiana regionale di Papua, Gusti Putu Danny Karya Nugraha, è stato ucciso, il 25 aprile, in un’imboscata dei separatisti della Free Papua Organisation (OPM), nel distretto di Puncak della provincia, situata nell’isola di Nuova Guinea.  

I fatti sono avvenuti in un altopiano della provincia di Papua, dove il generale stava conducendo un’operazione per ripristinare la sicurezza e infondere fiducia negli abitanti locali, dopo una serie di attacchi condotti di recente da gruppi terroristici e separatisti locali. In tale contesto, un gruppo di ribelli ha aperto il fuoco contro una pattuglia delle forze di sicurezza, causando la morte del generale. Il portavoce della OPM, Sebby Sambon, ha rivendicato la responsabilità dei fatti, aggiungendo che i ribelli non hanno subito perdite e che avevano cercato di colpire anche altri poliziotti, senza però riuscirci.

Il presidente indonesiano, Joko Widodo, il 26 aprile, ha rinnovato la promessa di combattere i separatisti e ha chiesto alla polizia e all’Esercito di inseguire e arrestare tutti i membri dei gruppi ribelli presenti nella provincia. Widodo ha ribadito che a Papua “non c’è spazio per i gruppi armati”.

La provincia di Papua, situata al confine con la Papua Nuova Guinea,  fa parte ufficialmente dell’Indonesia dal 2 agosto 1969, quando 1.025 abitanti locali hanno scelto di far rientrare il territorio sotto il controllo indonesiano con un voto, noto come Atto di libera scelta e che era stato supervisionato dalle Nazioni Unite. Da allora, però, le autorità indonesiane hanno combattuto la popolazione indigena malese, che conta circa 2,5 milioni di persone e che vuole l’indipendenza. Secondo varie fonti, negli anni, durante la lotta contro i separatisti le forze di sicurezza indonesiane avrebbero violato i diritti della minoranza malese locale con atti quali uccisioni extragiudiziarie degli attivisti e dei manifestanti pacifici.

Tra i separatisti vi è il gruppo armato Free Papua Organisation (OPM) che, secondo organizzazioni per i diritti umani, dall’inizio del 2020 al 6 aprile, avrebbe ucciso 11 civili e ne avrebbe feriti altri 4. L’organizzazione è particolarmente attiva nell’area di Intan Jaya, dove vivono circa 40.000 persone, da due anni a questa parte. Il gruppo considera legittima la propria ribellione in quanto i Paesi Bassi, l’ex potenza coloniale che dominava l’isola, aveva promesso indipendenza alla Papua prima che venisse annessa all’Indonesia nel 1963. Per Sambom, il voto del 2 agosto 1969 non rispecchierebbe la volontà della popolazione locale. 

Tra le ultime azioni del gruppo, lo scorso 15 febbraio, un membro del 400esimo battaglione di fanteria raider dell’Esercito nazionale, Prada Ginanjar Arianda, è stato ucciso dopo che alcuni separatisti locali gli hanno sparato. In seguito a tale episodio, le forze di sicurezza avevano lanciato un’incursione nella quale sono morti tre fratelli, Janius, Soni e Yustinus Bagau. 

Il territorio della provincia indonesiana di Papua è ricco di risorse naturali ma è una tra le aree più povere del Paese. Negli ultimi vent’anni il governo di Jakarta vi ha riversato 7,4 miliardi di dollari in finanziamenti, ciò nonostante non è riuscito a migliorare le condizioni della popolazione locale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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