Afghanistan: i prigionieri pakistani affiliati allo Stato Islamico

Pubblicato il 27 aprile 2021 alle 20:35 in Afghanistan Pakistan

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Le autorità afghane stanno discutendo del rimpatrio di alcuni prigionieri affiliati allo Stato Islamico nei loro Paesi di provenienza, tra cui il Pakistan che ne dovrebbe riaccogliere quasi 300, e hanno ribadito che nessun altro talebano verrà liberato. 

Il governo afghano ha avviato colloqui con almeno 13 Paesi i cui cittadini sono detenuti nelle prigioni afghane a causa della loro affiliazione allo Stato Islamico della Provincia del Khorasan, la sezione asiatica dell’ISIS. In totale si tratta si 408 prigionieri. Il 27 aprile, Ahmad Zia Saraj, il capo dell’agenzia di intelligence afghana, la Direzione Nazionale per la Sicurezza (NDS), ha sottolineato che ben 299 di questi detenuti sono cittadini pakistani. Tra loro c’è anche un leader chiave dell’organizzazione, Aslam Farooqi, che non verrà rimpatriato, se il Pakistan non consegnerà prima a Kabul alcuni prigionieri talebani richiesti dal governo afghano. “Ci penseremo una volta che il Pakistan ci consegnerà alcuni leader talebani che sono nelle loro prigioni”, ha dichiarato Saraj.

Dei 408 prigionieri, tolti i 299 pakistani, altri 37  vengono dall’Uzbekistan, 13 dal Tagikistan, 12 dal Kyrghzistan, 5 dalla Russia, 16 dalla Cina, 5 dalla Giordania, 4 dall’Iran, 3 dalla Turchia, 5 dall’Indonesia, 2 dal Bangladesh, 4 dall’India e 2 dalle Maldive. Saraj ha evidenziato che la maggior parte degli individui affiliati allo Stato Islamico era entrata in Afghanistan attraverso la Turchia, l’Iran e il Pakistan. Il capo dell’NDS ha poi aggiunto che altri 309 prigionieri stranieri affiliati alla rete di al-Qaeda e ad altri gruppi militanti sono anch’essi sotto la custodia del governo afghano.

Inoltre, Saraj ha riferito che il 26 aprile le forze di sicurezza afghane hanno ucciso un importante leader talebano, Mawlavi Ahmad Kandahari, nella provincia meridionale di Kandahar. Il capo dell’NDS ha poi aggiunto che i talebani stavano cercando di trasferire la propria leadership dal Pakistan in alcune aree della provincia di Kandahar. “I talebani volevano trasferire il loro comitato di intelligence, quello per l’informazione e cultura e quello per i prigionieri all’interno dell’Afghanistan, ma l’uccisione di Mawlavi Ahmad ha inviato loro un chiaro messaggio”, ha dichiarato Saraj. La stampa afghana, intanto, il 27 aprile, riferisce che almeno 5 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi e un altro è rimasto ferito in una serie di attacchi nel Sud dell’Uruzgan e nella provincia di Kandahar. 

Secondo un report pubblicato dalle Nazioni Unite il 3 febbraio, si stima che nel Paese siano presenti tra i 1.000 e i 2.200 militanti dello Stato Islamico della Provincia di Khorasan, il nome con cui è nota l’affiliata afghana dell’ISIS. Il gruppo è nato nel 2015, nella regione Nord-orientale del Paese, ed è stato fondato da ex membri dei talebani pakistani. L’ideologia del gruppo si è diffusa nelle zone rurali dell’Afghanistan, soprattutto nella provincia di Kunar, dove si registra una maggioranza di musulmani salafiti, lo stesso ramo dell’Islam sunnita dello Stato Islamico. Questi si sono sempre identificati come una minoranza tra i talebani, che per lo più seguono la scuola hanafita. Di conseguenza, i militanti salafiti hanno trovato facilmente posto nella nuova organizzazione. Dopo una campagna militare durata anni, Kabul ha riconquistato i territori controllati dall’affiliata dello Stato Islamico e ha annunciato la sconfitta dell’organizzazione nel 2019. 

Secondo quanto riferito dal New York Times, i funzionari dell’intelligence e dell’esercito degli Stati Uniti temono che un ritiro delle forze armate straniere dall’Afghanistan possa far rifiorire le attività del gruppo. Il problema rilevato è l’assenza del supporto governativo nelle zone rurali e il forte potenziale di reclutamento dell’organizzazione in tale aree. Inoltre, secondo l’intelligence afghana, a Jalalabad, la capitale provinciale di Nangarhar, ci sono decine di cellule autonome dello Stato Islamico che sono state ideate in maniera tale da rendere difficile la possibilità di eliminare la presenza del gruppo. Queste sono infatti molto piccole, formate da tre o quattro individui, e lavorano in maniera indipendente l’una dall’altra. Le cellule non hanno contatti tra di loro, per fare in modo che l’arresto di un militante non causi lo smantellamento dell’organizzazione. Secondo le autorità afghane, una rete simile è attiva da tempo anche a Kabul.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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