Donbass: continuano le violazioni del cessate il fuoco, Mosca-Kiev lontane da un accordo

Pubblicato il 26 aprile 2021 alle 16:08 in Uncategorized

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Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha proposto, lunedì 26 aprile, la modifica o l’annullamento delle attuali disposizioni degli Accordi di Minsk, istituiti nel 2014 per la risoluzione del conflitto nell’Ucraina Orientale. Nel frattempo, continuano ad essere registrate numerose violazioni del cessate il fuoco.

Secondo Zelensky, le clausole, che erano state previste nel 2014, non sarebbero più adatte per lo stato delle relazioni attuali. È per questo che dovrebbe essere presa una decisione su tale questione quanto prima, così da poter avviare i processi di negoziati. Inoltre, il capo di Stato di Kiev ha invitato gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada a prendere parte attiva al processo diplomatico.

La Russia non ha accolto con favore la proposta di modifica o annullamento degli Accordi di Minsk. Ad intervenire nella questione è stato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha definito la richiesta di Kiev “allarmante”. Mosca si è detta contraria all’eventuale partecipazione di Washington, Londra e Ottawa ai negoziati russo-ucraini, poiché ci sarebbe già il Quartetto Normandia, che include Germania, Francia, Ucraina e Russia, che si occuperebbe di supervisionare le trattative.

È importante ricordare che gli Accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza Economica (OCSE). Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia” concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II.

Nonostante la Russia abbia annunciato, il 22 aprile, il ritiro delle 100.000 truppe in Crimea e lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est, è opportuno sottolineare che Kiev e Mosca sembrano ancora lontane dall’avviare dei veri e propri negoziati per la risoluzione della crisi. Sono stati numerosi i funzionari ucraini ad aver accolto con favore il ritiro delle truppe russe, poiché ha ridotto notevolmente il rischio di escalation. Di tale avviso sono stati il ministro degli Esteri del Paese, Dmitry Kuleba, e l’ex presidente ucraino, Leonid Kravchuk, nonché leader del Gruppo di Contatto Trilaterale (GCT). Quest’ultimo, istituito nel 2014, è un ulteriore format che include rappresentanti dell’Ucraina, della Russia e dell’OCSE per la risoluzione del conflitto nell’area del Donbass.

Inoltre, sebbene la minaccia di una guerra sia stata evitata, il rapporto della Missione speciale di monitoraggio dell’OCSE, ha rivelato, il 22 aprile, che, in totale, le violazioni del cessate il fuoco nel Donbass sarebbero ammontate a 276, solamente 3 in meno rispetto alle 279 del giorno precedente.

Nell’ultimo periodo, le relazioni bilaterali russo-ucraine si sono aggravate notevolmente a causa della crisi nel Donbass. Nel dettaglio, a partire dall’ultima settimana di marzo, la Federazione ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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