Somalia: tensioni a Mogadiscio e vicino alla residenza dell’ex presidente

Pubblicato il 25 aprile 2021 alle 19:56 in Africa Somalia

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L’ex presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, ha riferito, domenica 25 aprile, che soldati somali hanno attaccato la propria residenza. La responsabilità sarebbe da attribuirsi al capo di Stato in carica, Mohamed Abdullahi Mohamed. Nel frattempo, la capitale continua a essere teatro di tensioni.

“È davvero spiacevole che un esercito al comando dell’ex presidente abbia attaccato la mia residenza”, ha dichiarato Mohamud sul suo account Twitter, riferendosi a Mohamed con l’appellativo di “ex presidente”, non riconoscendo la proroga del suo mandato. “Ho già messo in guardia da una politicizzazione della sicurezza” ha poi aggiunto l’ex capo di Stato. Le dichiarazioni di Mohamud sono giunte mentre truppe locali si sono scambiate colpi di arma da fuoco per le strade della capitale Mogadiscio. Come specificato da al-Jazeera, a scontrarsi sono stati i sostenitori di Mohamed e i suoi oppositori. Testimoni locali hanno poi riferito di aver visto quattro veicoli militari posizionati nell’area di Fagah, presumibilmente legati al clan Abgal e fedeli a Saney Abdule, un comandante militare dell’area di Hirshabelle, nella Somalia centrale, che, il 25 aprile stesso, aveva riferito che avrebbe ritirato alcune sue truppe da diverse postazioni e che si sarebbe recato nella capitale per denunciare la proroga del mandato del presidente. Dal canto suo, una corrispondente di al-Jazeera ha definito la situazione “tesa”, specialmente in un momento in cui la popolazione locale teme il coinvolgimento delle forze armate.

Il tutto, riferisce Reuters, deriva dalle profonde divergenze all’interno dell’apparato di sicurezza del Paese africano, e non solo, dove alcuni sostengono una proroga del mandato presidenziale di Abdullahi Mohamed, mentre altri la respingono. In particolare, è del 12 aprile scorso l’approvazione da parte della Camera bassa del Parlamento della proroga di due anni del mandato presidenziale di Mohamed Abdullahi “Farmajo”, una mossa che ha alimentato divisioni all’interno del Paese e, al contempo, ha posto il leader in rotta di collisione con quei donatori occidentali anch’essi contrari alla mossa. Alla luce di ciò, il 21 aprile, le forze leali al senatore ed ex signore della guerra, Muse Sudi Yalahow, e all’ex presidente avrebbero occupato gran parte dei distretti di Abdiasis e Karan, temendo i possibili attacchi dei militari fedeli al presidente Farmajo.

La Somalia, precipitata nella guerra civile nel 1991, sta lottando per ristabilire l’autorità del governo centrale e ricostruire la nazione con l’aiuto internazionale. Il presidente e i leader dei cinque Stati federali semi-autonomi della Somalia avevano raggiunto un accordo a settembre 2020, che ha aperto la strada alle elezioni parlamentari e presidenziali indirette tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, ma le divergenze successive non hanno posto fine alla fase di impasse.

La crisi attuale è nata con la fine del mandato costituzionale di Farmajo, l’8 febbraio scorso, al termine del quale il governo centrale e leader regionali non sono riusciti a raggiungere un accordo elettorale. I leader dell’opposizione somala sottolineano altresì che il mandato del Parlamento è terminato il 27 dicembre 2020 e che quindi l’organo non ha il potere di estendere il mandato quadriennale del presidente. Inoltre, per i partiti di opposizione estendere il mandato presidenziale rappresenta un tentativo incostituzionale di aggrapparsi al potere.

Oltre a temere un’escalation tra le forze del Paese, gli analisti credono che lo scenario attuale possa condurre le forze di sicurezza somale a distogliere l’attenzione dalla lotta contro i ribelli di al-Shabaab, affiliati ad al-Qaeda, attivi soprattutto nella regione del Corno d’Africa.

La questione ha visto anche l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i cui membri, il 23 aprile, oltre a dirsi preoccupati per il perdurante stallo politico, hanno nuovamente esortato tutte le parti coinvolte a respingere la violenza e ad impegnarsi in un dialogo incondizionato il prima possibile, al fine di risolvere la controversia relativa al processo elettorale. Anche per l’organizzazione internazionale il rischio è che venga distolta l’attenzione da altre questioni cruciali, dalla minaccia terroristica alla pandemia di Covid-19 alle problematiche ambientali quali inondazioni e siccità.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

 

di Redazione

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