Report del conflitto nel Nagorno-Karabakh: i prigionieri del Caucaso

Pubblicato il 25 aprile 2021 alle 7:15 in Armenia Azerbaigian

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La pressione internazionale sull’Azerbaigian in relazione alla questione del rilascio dei prigionieri di guerra armeni sta aumentando. A più di un anno dalla fine del conflitto nel Nagorno-Karabakh, territorio anche noto come Repubblica dell’Artsakh, l’Azerbaigian detiene ancora un numero elevato di prigionieri armeni.

Il 22 aprile, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) ha tenuto un vertice in cui sono stati discusse le conseguenze del conflitto nel Karabakh ed è stata criticata l’intransigenza di Baku e il mancato rimpatrio dei prigionieri di Erevan. A margine della sessione europea, il comitato di monitoraggio della PACE ha invitato l’Azerbaigian a provvedere al rilascio di tutti i detenuti armeni.

Il numero esatto dei prigionieri di guerra che l’Azerbaigian continua a detenere è tenuto segreto da entrambe le parti e le stime cambiano al variare delle circostanze. Al momento, secondo i dati raccolti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), sarebbero 188 gli armeni rimasti bloccati a Baku. Dal canto suo, Erevan ha riconosciuto di trattenere 72 armeni, negando la presenza dei restanti 112. L’Armenia, dall’altra parte, avrebbe rilasciato una parte dei prigionieri azeri e la CEDU, nella sua dichiarazione, ha annunciato la sospensione del monitoraggio dei prigionieri mancanti di Baku dopo aver ricevuto determinate “informazioni dal Governo armeno”. Tali dichiarazioni, tuttavia, non sono state rilasciate alla stampa.

Dei 112 armeni che l’Azerbaigian non riconosce, 57 sono soldati che sarebbero stati catturati a Hadrut, un’area della Repubblica dell’Artsakh, nel dicembre 2020. Tale vicenda è avvenuta a un mese di distanza dalla firma del trattato di pace, il 9 novembre 2020, tra Baku e Erevan, dove Mosca ha svolto la funzione di mediatrice. È importante sottolineare che, tra le altre disposizioni, l’intesa prevedeva il rilascio immediato di tutti i prigionieri di guerra da ambo le parti. L’Azerbaigian, però, è proprio sugli armeni catturati dopo la firma dell’armistizio che  si è concentrato, affermando che l’obbligo di rilascio previsto dall’armistizio non può applicarsi a loro. Secondo il conteggio della CEDU, Baku ha rilasciato solamente 58 armeni, dopodiché ha sostenuto di non avere più prigionieri di guerra nel suo territorio.

La portavoce del Ministero degli Esteri dell’Armenia, Anna Naghdalyan, ha dichiarato che il Paese avrebbe “prove schiaccianti di video” che immortalerebbero 48 armeni mentre venivano portati nella prigione azera. L’Azerbaigian non ha rilasciato dichiarazioni in merito ai restanti cittadini imprigionati. Inoltre, un portavoce del Ministero degli Affari Esteri azero, non citato, si è rifiutato di commentare la vicenda ai giornalisti del quotidiano Eurasianet.

Tra i legislatori che, durante il vertice della PACE del 22 aprile, hanno criticato Erevan, vale la pena menzionare il relatore sull’Azerbaigian, Stefan Schennach, il quale si è rivolto direttamente al Paese: “non è importante se i soldati armeni siano stati arrestati prima o dopo il cessate il fuoco, hanno il diritto di tornare a casa, senza se e senza ma”. In aggiunta, la portavoce dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali presso la PACE, Alexandra Louis, ha affermato che “l’ostacolo al rimpatrio dei cittadini armeni è una violazione del diritto internazionale umanitario”.  

L’Azerbaigian ha ricevuto scarso sostegno dai membri della PACE presenti, fatta eccezione per alcune dichiarazioni che chiedevano di risolvere la situazione dei prigionieri insieme ad altre questioni controverse. “Il primo passo dovrebbe includere l’identificazione e il rimpatrio di tutti i prigionieri, la localizzazione delle persone scomparse, la cooperazione per rimuovere le mine inesplose, il rispetto e la protezione reciproca del patrimonio culturale, la garanzia del rimpatrio volontario, sicuro e dignitoso degli sfollati”, ha affermato l’irlandese Paul Gavan, portavoce del gruppo della Sinistra Europea Unita.

I rappresentanti dell’Azerbaigian presenti alla riunione non hanno contestato direttamente le accuse di detenzione dei 100 armeni non riconosciuti come prigionieri. Piuttosto, hanno spostato il discorso su altre questioni, affermando che le dichiarazioni dell’Armenia sarebbero legate alla politica, dato che a Erevan, il 20 giugno,  si terranno le elezioni parlamentari. Inoltre, la parte azera ha affermato che la PACE non sta dedicando la giusta attenzione alle questioni che l’Azerbaigian reputa importanti e da risolvere. Tra queste, uno dei delegati azeri, Kamal Jafarov, ha menzionato il destino delle migliaia di azeri rimasti sfollati dalla prima guerra tra le due parti negli anni ’90, il massacro di civili a Khojaly e il fallimento dell’Armenia a consegnare le mappe delle mine posizionate durante la guerra.

La regione autonoma del Nagorno-Karabakh è contesa da decenni tra Erevan e Baku. Gli scontri, scoppiati il 27 settembre 2020, raggiunsero il culmine nel mese di ottobre 2020. Sulla base del trattato di pace, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni 90, erano stati occupati dalle forze armene.

La Repubblica dell’Artsakh ha un’importanza chiave per la sua posizione geografica, strategica per il controllo dei gasdotti e oleodotti che vi transitano e forniscono idrocarburi per il mercato russo e turco. È anche rilevante menzionare che, sullo sfondo delle rivendicazioni territoriali azero-armene, un ruolo cruciale è da associare agli interessi della Turchia, che ha sostenuto militarmente l’Azerbaijan, e della Russia, alleata dell’Armenia.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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