Biden riconosce il genocidio armeno: come ha reagito la Turchia

Pubblicato il 25 aprile 2021 alle 11:12 in Turchia USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il 24 aprile, ha ufficialmente riconosciuto il genocidio armeno, perpetrato nel corso della Prima Guerra Mondiale. Sono state diverse le personalità turche che hanno espresso il proprio dissenso.

Il riferimento va, nello specifico, alle deportazioni e alle uccisioni perpetrate dall’Impero ottomano, tra il 1915 e il 1916, che causarono la morte di 1.5 milioni di armeni. Sebbene anche altri 29 Paesi abbiano compiuto mosse simili, Biden rappresenta il primo presidente degli USA a ufficializzare il genocidio, definendolo in tal modo. Per il capo della Casa Bianca, la propria mossa non mira a incolpare la Turchia, bensì a “confermare la storia” e a far sì che fenomeni simili non accadano più. Dall’Armenia sono giunte dichiarazioni a favore del gesto di Washington. In particolare, il premier Nikol Pashinyan ha parlato di un “passo potente”, e ha sottolineato che il riconoscimento del genocidio armeno rappresenta una questione di “verità, giustizia storica e sicurezza” per la Repubblica dell’Armenia, soprattutto dopo gli eventi susseguitisi nella regione nel corso dell’ultimo anno. Parallelamente, per l’ambasciatore armeno negli Stati Uniti, Varuzhan Nersesyan, il presidente degli USA ha inviato un forte messaggio in difesa dei diritti umani. Era stato il medesimo ambasciatore a riferire, poco prima dell’annuncio della Casa Bianca, che il genocidio armeno non è una vicenda passata o da legarsi soltanto al popolo armeno, ma si tratta di una questione che riguarda tutti.

Al contrario, per il Ministero degli Esteri dell’Azerbaijan, la dichiarazione di Biden rappresenta una falsificazione degli eventi verificatisi cento anni fa e i tentativi di “riscrivere la storia”, travisando la realtà dei fatti per esercitare pressione a livello politico è “inaccettabile”. Neanche in Turchia la mossa della Casa Bianca è stata accolta con favore. Per il Ministero degli Esteri turco, l’annuncio di Biden è privo di “base legale” e, pertanto, Ankara ha definito la mossa inaccettabile e l’ha condannata “con fermezza”. Non da ultimo, la dichiarazione del 24 aprile ha provocato, a detta della Turchia, una ferita nelle relazioni tra Ankara e Washington che sarà difficile da risanare.

Inoltre, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha sottolineato come il proprio Paese non abbia “lezioni da prendere” sul suo passato e che delle semplici parole non possano “cambiare o riscrivere la storia”. È stato lo stesso Cavusoglu a convocare, nella sera del 24 aprile, l’ambasciatore degli USA ad Ankara, David Satterfield, al fine di trasmettere la “forte reazione” della Turchia per quanto accaduto. Dal canto suo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha anch’egli respinto la mossa statunitense, denunciando “la politicizzazione da parte di terzi” del dibattito sul genocidio e la loro ingerenza in questioni interne. Affermazioni simili sono giunte anche dal vicepresidente turco, Fuat Oktay, il quale ha dichiarato che la dichiarazione di Biden, basata sulle accuse infondate dell’Armenia, mostra come la storia sia stata distorta per calcoli politici e, pertanto, il gesto di Biden non ha alcun valore per la storia o per la nazione del suo Paese. Inoltre, per Oktay, Washington è ignara delle sofferenze vissute da quei turchi uccisi, nel 1915, da bande armene. Tuttavia, gli archivi della Turchia relativi a quel periodo storico saranno “sempre aperti per chi desidera conoscere i fatti”.

Parallelamente, l’annuncio di Biden è stato definito “scandaloso” dal leader del Partito nazionalista turco (MHP), Devlet Bahceli, il quale ha affermato che in Turchia non vi sono stati né genocidi né massacri e che la storia del suo Paese è “impeccabile” sulla questione e non è necessario darne prova. La campagna diffamatoria sugli eventi del 1915, per Bahceli, è infondata, oltre che falsa, e i motivi dietro la deportazione degli armeni sono da collegarsi alle condizioni “oscure e sanguinose” della Prima Guerra Mondiale. Inoltre, è stato lo stesso leader a ribadire che, con la mossa del presidente statunitense, le relazioni tra Turchia e USA rischiano di prendere una piega negativa.

Come spiegato da Reuters, alla fine del XIX secolo, i circa due milioni di armeni dell’Impero Ottomano iniziarono a rivendicare aspirazioni nazionaliste, portando a fenomeni di repressione da parte di “ottomani irregolari” già dal 1894-1896. In tale quadro, migliaia di persone vennero uccise a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, nell’agosto 1896, dopo che i militanti armeni si impadronirono della Banca ottomana. Poi, nel corso della Prima Guerra Mondiale, mentre gli ottomani combattevano contro le forze russe nell’Anatolia orientale, molti armeni formarono gruppi partigiani per assistere gli eserciti russi invasori. Un tale sostegno venne seguito da arresti e uccisioni di intellettuali armeni da parte dell’Impero ottomano, il 24 aprile 1915, mentre, nel maggio dello stesso anno, i comandanti ottomani iniziarono la deportazione di massa degli armeni dall’Anatolia orientale verso la Siria e la Mesopotamia. L’Armenia sostiene che circa un milione e mezzo di persone morirono in massacri o di fame e sfinimento nel deserto.

Da parte sua, la repubblica turca, fondata nel 1923 dopo il crollo dell’Impero ottomano, ha sempre negato che fosse stata condotta una campagna sistematica volta ad annientare gli armeni. A detta di Ankara, migliaia di turchi e armeni morirono a seguito dell’ondata di violenza interetnica, perpetrata dalle forze ottomane nel momento in cui l’Impero cominciò a mostrare segnali di cedimento e si ritrovò a combattere contro l’invasione russa. La Turchia, pertanto, si oppone alla presentazione di questi eventi come “genocidi”, e li definisce una tragedia in cui entrambe le parti hanno registrato vittime.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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